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Massimiliano Coccia

Massimiliano Coccia

Il sogno lucido di Anna Maria Ortese

ortese anna maria Anna Maria Ortese è stata una delle scrittrici più importanti ed originali della scena letteraria dell’ultimo secolo. Una donna che ha saputo plasmare un concetto di letteratura differente, che partisse dal quotidiano per arrivare ad una dimensione sovrastrutturale struggente. Il Porto di Toledo, Il mare non bagna Napoli, L’iguana, Corpo celeste, sono alcuni dei titoli ortesiani che hanno riempito il dibattito letterario quando il nostro Paese sembrava essere una piccola grande fabbrica di saperi ed intelligenze. Una dimensione, che divenne una consapevole nevrosi, fu quella del viaggio non inteso solamente come esplorazione, ma anche e soprattutto come fuga. Una fuga principalmente da se stessi, dal proprio “io”, una fuga avente per necessità una destrutturazione che ricorda il pensiero di Jacques Deridda, dove «la distanza si distanzia, il lontano s'allontana».

Nome di battaglia Lia

E’ in scena fino al primo maggio, al Teatro Elfo Puccini di Milano lo spettacolo, prodotto dal Teatro della Cooperativa, “Nome di battaglia Lia” scritto e diretto da Renato Sarti. 

Lo spettacolo nato nel 2003 è diventato un grande classico del teatro di narrazione sui fatti della Resistenza milanese. Il centro dell’azione narrativa è la ricostruzione della figura della partigiana Gina Galeotti Bianchi, una donna del quartiere di Niguarda, che il 24 Aprile del 1945 fu uccisa con una raffica di mitra dai nazisti, Lia, questo il "nome di battaglia" di Gina, morì dopo anni di lotta contro il fascismo.

Quando la rivoluzione è una fuga mascherata. Conversazione con Aureliano Amadei

teatro vascelloIl regista Aureliano Amadei torna a teatro con “L’Arma”, uno spettacolo scritto da Duccio Camerini che vede la partecipazione di Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e Maria Chiara Di Mitri, e che sarà in scena al Teatro Vascello di Roma (via G.Carini) dal 30 aprile al 12 maggio. Si tratta di una favola cattiva sul mondo invisibile di oggi, che tratta di padri e figli, appartenenza ed esclusione, "sistema" ed individuo. Libertà, diremmo, se non fosse una parola ambigua.

Morire di Marzo: Viva l'Italia - Le morti di Fausto e Iaio

fausto e iaioE’ in scena per le ultime tre repliche, al Teatro Elfo Puccini di Milano lo spettacolo “Viva l’Italia – Le morti di Fausto e Iaio” di Roberto Scarpetti per la regia di Cesar Brie e vale la pena correre per andare a vederlo perché è uno spettacolo onesto, ben recitato con una scenografia essenziale, oggetti funzionali, un disegno luci che accompagna perfettamente la narrazione e crea quel sapore di amarcord che hanno gli anni ’70, una regia perfetta di Brie che fa muovere magistralmente gli attori sul palco, che agiscono con pathòs e grazia, nel testo scritto da Scarpetti che fu insignito nel 2011 della Menzione speciale Franco Quadri –Premio Riccione per il Teatro.

Notturno Jannacci

Jannacci e Gaber“Ma che poi sai Milano era diversa”, mi dicono spesso da quando sono arrivato, e tu cerchi di spiegargli che anche Roma, la mia città, era diversa, sembra quasi che qualcuno abbia fatto qualcosa alle città, qualcuno che è arrivato di notte e ha rubato varie cose, tra cui la poesia, la voglia di viverle e di trovare bellezza.

Allora non resta che camminare, per contare le rughe alle strade e riconoscere cosa c’era prima. A Milano prima c’erano Giorgio Gaber e Enzo Jannacci.

Il secondo è uscito di scena mentre tutti erano distratti, tra il Papa nuovo che va a piedi e il Governo che proprio non vuole nascere. Lui in una sera piovigginosa se ne è andato, forse non gli andava o forse era stanco. E vedendola di notte la sua Milano, ritrovi un po’ tutti i suoi personaggi che non è vero che sono scomparsi ma si chiamano solo in modo diverso e forse sta a noi dargli un posto in questo quadro enorme e allora vedi la prostituta rumena che attraversa la strada in viale Misurata, guardandoti ma solo appena e gli vorresti urlare “t’ho compràa i calsett de seda cun la riga nera” o l’operaio algerino vicino al Naviglio Pavese che rincasa alcolizzato dopo una giornata di lavoro e visto che è Pasqua pensi che in fin dei conti è lui quel “Nazareno stanco su un tram di Milano”. E poi c’è la nebbia, che ti rende questa città non molto reale, a cavallo tra l’ultima sigaretta che hai fumato e quel sogno buttato al cesso. Era fatta di questi due estremi la musica di Jannacci, sempre quasi scritta per caso, per quel caso che incastra le cose e ti rende la realtà cruda diretta, così com’è. Era figlia di un’urgenza di vivere, di sperperare tutto, di giocarsi tutto per il trucco finale, per il gusto di far ridere e piangere. Da un punto di vista letterario un caso unico il suo, cardiologo con l’amore per le parole, amante forsennato di quel nonsense che alla fine di “sense” ne aveva a milioni, tecnicamente perfetto nella stesura testuale che vive di equilibrio splendido, aveva quel suo modo di stare sul palco figlio dell’irriverenza della sua generazione che non troveremo più in nessun prodotto costruito a tavolino dalle nuove gerarchie musicali.

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