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Massimiliano Coccia

Massimiliano Coccia

Aldo Morto: intervista a Daniele Timpano

Abbiamo intervistato Daniele Timpano, più che un attore e regista, un personaggio che vive un rapporto simbiotico con il teatro, e che in questi giorni si è rinchiuso in uno stanzino del Teatro Dell'Orologio di Roma per ripercorrere idealmente i giorni della prigionia di Aldo Moro. Il progetto "Aldo Morto – 54" è infatti una riproposizione del suo monologo sulla prigionia del presidente della Democrazia Cristiana, uno spettacolo già finalista al Premio Ubu, visto con gli occhi di chi non c'era o, come spiega Timpano era troppo piccolo per ricordare e "che un certo Moro fosse morto l'ho scoperto alla televisione una decina di anni dopo, grazie a un film con Volontè".


Si legge sul sito del Teatro Dell'Orologio: "Daniele Timpano prigioniero politico del teatro: 54 giorni di prigionia in live-streaming e 54 giorni di spettacolo al Teatro dell' Orologio di Roma. Autosequestro o asilo politico?". Massimiliano Coccia ha provato a scoprirlo, parlandone con l'autore.

 

1.Daniele, come procede la "detenzione"?


Bene. Anche perché siamo ancora ai primi giorni. Francamente non riesco a prevedere come potrà andare. Finora sto bene anche a livello di energie. Mangio abbastanza, e poi in fin dei conti, ahimè, faccio un po' quello che facevo prima, almeno in questi primi giorni. Sto al computer tantissimo tempo e sento musica per disperazione, parlo da solo... tutto si acuisce ma un po' mi pare il palesamento, voyeuristicamente esibito in pubblico, della stessa prigionia di cui prima ero meno consapevole. Ho l'impressione che, sole a parte, non ci sia più un mondo all'aria aperta.


2.Cosa significa rimanere reclusi per 54 giorni in un teatro? Che tipo di meccanismo interiore si sviluppa?


Mi sento davvero strano. In un certo senso non c'è grande differenza, nel senso che la giornata di un attore che deve andare in scena, almeno la mia, di solito è tutta un po' un sonnambolico procedere verso la replica serale. Si risparmiano le forze. Ci si pensa ogni tanto. Tutto torna lì come ad un fulcro e finché lo spettacolo non è finito non ti rilassi, fino al mattino successivo. O forse sono io che sono ansioso. E forse lo sono perché non sono solo l'attore ma anche l'autore, il regista, il responsabile intellettuale dei miei spettacoli. In sostanza la prigionia estremizza queste sensazioni. Ieri per esempio, verso le 19, dopo ore che parlavo e facevo cose, mi sentivo addosso una stanchezza assurda e una paura grande di non aver le forze di sostenere 1 ora e 40 di monologo sfibrante... poi invece è andato tutto bene, molto bene. Assurdamente lo spettacolo non mi ha nemmeno particolarmente affaticato. Mi sento solo, però. Molto. Ogni volta che qualcuno viene a trovarmi in cella mi fa un bell'effetto, mi rendo conto che gli altri ci sono. Ad essere amplificato è anche l'effetto che mi fa vedere gli spettatori in platea. Quello è il momento di apertura, condivisione, incontro che dà un senso a tutto. La cosa più bella, forse l'unica, del teatro, la cosa che lo rende il mestiere che mi sono scelto, è proprio questo incontro, quel che resta di qualcosa di rituale, di un incontro. Bisogna esser qui, con me, tra noi. Questo molti spettatori nemmeno pare lo capiscano. Se no non ci sarebbero persone che scartano le caramelle mentre parli o persone che fanno le foto e si stupiscono se l'attore dalla scena li guarda male o persone che arrivano in ritardo, a spettacolo iniziato, facendo rumore. Il teatro è il posto dove si è. Si è lì con chi c'è seduto accanto a te e con chi c'è davanti a te, circondato da odori che non sono quelli di casa tua o del tuo ufficio ma gli odori del luogo altro, magari polveroso, gli odori delle altre persone. Come l'autobus, in fondo. Non si è chiusi in macchina ad ascoltar la propria autoradio. Si è in un posto con altra gente. Io in questi giorni questa cosa la sento come non mai, perché è davvero il momento in cui parlo con delle persone. Ho notato infatti di essere molto più suscettibile del solito. L'altra sera ho dovuto trattenermi dal tirare una cosa in faccia ad una spettatrice che parlottava. Mi sento abbastanza forte da gestire queste cose, figuriamoci, ma è la pazienza che – in questo stato in cui sono, metafora tutto sommato di uno stato generale diffuso anche fuori da questa cella – davvero sta finendo. Parlo troppo da solo, in cella. Devo farlo per forza, ogni tanto. Mi sento dipendente. Mi sento solo. Mi diverto ma sento che la mia percezione della realtà è un po' distorta, in questi giorni. Ed ho molta meno voglia di prima (di quando ero fuori) di saper che succede nel mondo. Il Papa, per esempio, mi è scivolato via addosso senza peso. Ed anche la questione del governo ancora in faticosa composizione dopo le elezioni mi pare molto meno interessante. Ho paura che questa cella 3x1 diventi un grembo materno, sia pure un poco scomodo.


3."Desolato, io non c'ero quando è morto Moro. Aldo è morto senza il mio conforto. Era il 9 maggio 1978. Non avevo ancora quattro anni. Quando Moro è morto, non me ne sono accorto" è l'incipit dello spettacolo e cosa è successo quando te ne sei accorto?


Niente di particolare, all'epoca. Non ne comprendevo la relazione con quello che mi capitava adesso, col mio paese, col presente. In generale, la grande conquista intellettuale della mia vita penso sia stata capire come tutte le cose siano collegate tra loro, soprattutto quel che è successo prima di me, quel che hanno fatto o detto persone che sono ancora qui, vive e scalpitanti. Il mondo non è appiattito davvero sul presente, o meglio lo è, ma capire come sia successo, e com'è ad esempio che si è passati da una generazione che – mi raccontano in molti che eran giovani 30 anni fa – sentiva un profondo (o superficiale?) senso di ottimismo per un mondo che sembrava essere in subbuglio e in cambiamento, pieno di speranze, di prospettive, e l'attuale trionfo della repressione/depressione preventiva di qualunque slancio nel futuro. Gli anni '70 sono diventati un mito, tutto sommato, ed in questo c'è del vero e c'è del falso, come in tutte le mitologie. Non so. È successo che mi sono convinto sia fondamentale frugare nelle frattaglie di questa identità nazionale in crisi e dismissione. Tutto sommato, anche incarnare l'impossibile, chiudermi in clausura in una condizione simile (ma imparagonabile) a quella descritta dai brigatisti negli atti processuali come la condizione sperimentata da Moro, è un tentativo di avvicinare, sia pure maldestramente, nella carne della mia carne, la carne un tempo viva ma irrecuperabilmente morta di una storia che, per quanti sforzi possa fare, non è più recuperabile. Siamo in un mondo altro, con evidenti segni di continuità, ma completamente diverso. Un mondo dove, peraltro, quello che un tempo si chiamava Capitalismo, ha completamente sbaragliato ogni resistenza.

 


4.Oltre allo spettacolo, alla "morotona" collaterale tu incontri nella tua cella anche gli spettatori e gli chiedi ricordi, memorie e sensazioni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, che idea ti sei fatto di queste testimonianze?


Le interviste e gli incontri sono appena cominciati. Sinora son venute prevalentemente persone giovani, che all'epoca non c'erano ed il poco che ne sanno è vago: frammenti di documentari, sensazioni di angoscia comunicategli dai genitori, poco più. Che poi è più o meno quello che sapevo io prima di decidere di mettermi lì a studiare tutto. L'idea che ho, e che spero le testimonianze smentiscano, è che la memoria di quegli anni sia perduta, che davvero non passino le cose da una generazione all'altra, passano al limite le persone da un'epoca all'altra: persone che cambiano, tagliano la propria vita in due, revisionano i loro ricordi e le proprie appartenenze e prendono il posto degli esponenti della generazione precedenti che avevano criticato o avversato. O filtra fino a noi, viceversa, la nostalgia per queste epoche che non abbiamo vissuto e che, dai racconti, sembrano sempre meglio di questo roba grigia e morta che viviamo adesso, molto più plumbea di qualunque piombo. È proprio strana questa nostalgia consolatoria e mitologica di altre epoche, magari già morte per chi le ha vissute ma che sono paradossalmente più vive, ma deformatissime, per noi che non c'eravamo.


5. Dopo la morte al Teatro dell'Orologio dove avverrà la prossima detenzione e uccisione?


Se ti riferisci alla riproposta a un progetto altrettanto ambizioso e irragionevole la risposta è senz'altro: in nessun luogo. O al limite nel regno dei cieli, dove speriamo ci sia ad accogliermi una luce non elettrica.
Se ti riferisci a progetti futuri o repliche dello spettacolo invece ti dico che da metà maggio ho altre repliche di "Aldo morto", mi pare in Trentino, ma anche in Toscana, come anche repliche di altri spettacoli. Poi spero di riuscire a fare una vacanza. Come i brigatisti del Sequestro Moro che, un mesetto dopo l'esecuzione, come è normale che fosse, erano già a Santa Marinella a fare il bagnetto e prendere il sole e rilassarsi. Lo racconta la Braghetti nel suo libro best seller "Il prigioniero", Edizioni Feltrinelli. Dopo la vacanza, se potrò permettermela, al lavoro per il nuovo spettacolo, questa volta sugli Zombi, questo tentativo di resurrezione, questa resurrezione letterale in mancanza di meglio, questa impossibilità di resurrezione, questa metafora vastissima, popolarissima ma sottovalutatissima dello Zombi. Ci lavoreremo durante l'estate, io e la mia moglie e collega, Elvira Frosini, che mi manca molto. Ieri ho provato a sentirla su Skype dalla cella, ma non si sentiva bene il microfono del portatile...

In “Apnea” per riprendersi il mondo [letture corsare]

apnea libro copertina amurriNello stantio panorama culturale italiano, spesso fa capolino qualche bella novità ed è il caso di Lorenzo Amurri e del suo “Apnea” (Fandango,2012). Lorenzo, figlio musicista e ribelle, di Antonio, paroliere di Mina e autore di grande successo negli anni ’70, ha un incidente mentre scia con la sua fidanzata Jhoanna. Lo copre un manto di neve, la stessa neve che quasi insonorizza la sua vita, fatta di musica, di forti passioni, di eccessi. Da quel volo su una pista di sci percorre una lunga strada fatta di dolore e riabilitazione, un mondo quello della disabilità raccontato senza stereotipi, dove trova spazio il sesso e l’approccio forte, quasi primigenio verso un corpo diverso, verso una sensualità giocata su un altro registro. 

Amurri usa bene le parole, sembra tenere bene a mente la lezione del grande John Fante, che lavorava per confondere le acque, trascinando nei suoi romanzi biografici il lettore in un esercizio quasi agiografico di discernimento tra reale ed immaginario, lo stesso esercizio che il lettore potrà fare tra le pagine di questo romanzo, perdendosi in rivoli di memorie, visioni, sensazioni. E’ un libro caldo, che serve, serve per comprendere che la lotta per la libertà passa anche da qui, che si può fare una rivoluzione puntando forte due ruote sull’asfalto per ritrovare se stessi e la propria strada. Lorenzo Amurri con una scrittura a pieni polmoni, riemerge dall’apnea, giocando e rischiando. Lo abbiamo incontrato, a latere, della presentazione milanese. 

Il libro inizia in maniera silenziosa, un volto immerso nella neve, il tuo. Il mondo senza colonna sonora. Con questo libro, ridai voce a quel silenzio, com'è stato il processo narrativo che ti ha portato a scavare sotto quella neve? 

Gli editori non sono tutti uguali: spunti per dibattito e azione

libreria

Pubblichiamo l'intervento di Massimiliano Coccia, scrittore e direttore editoriale di "Edizioni Ensemble". Intento di questo contributo è aprire o stimolare il dibattito tra gli addetti ai lavori e non solo su un tema complesso e spinoso come quello dell'editoria.

Mi piacerebbe iniziare questo articolo premettendo che sono molto felice di fare il mio lavoro. Sono felice perché riesco a coniugare una passione viscerale con una professione.

Faccio l’editore, vivo in mezzo ai libri, agli scrittori, scrivo anche io, quindi non c’è essere virtualmente più felice di me. Ma questa felicità viene uccisa la mattina tra il telefono che inizia a squillare e le notizie che vedono il nostro settore andare a picco. Il lessico non aiuta, sono un editore, come Giorgio Mazzella, l’editore di Sardegna 1 che dice ai lavoratori di non manifestare davanti alla sua banca perché “è una caduta di stile, un ricatto a cui non posso cedere”, o come Renato Soru che qualche mese fa sostenne di non sapere nulla dello sciopero dei suoi giornalisti, ma sono un editore anche come i tanti che aprono una piccola società, formano giovani, li pagano equamente, fanno salti mortali e a fine mese ci arrivano con i soldi necessari a non andare sotto i ponti. Ci sono editori ed editori quindi.

Ma la mia vita lavorativa non la immaginavo così, non la volevo così. Quell’universo di possibilità di cui molte volte ha scritto Marco Lodoli piano piano sfuma, tra burocrazia, mercato poco libero e signoraggio dei grandi editori. E così noi trentenni, quell’universo non lo vediamo in espansione, ma in esplosione.

Ci difendiamo, andiamo a vivere da soli, cerchiamo di lavorare, cerchiamo di stipendiarci, ma con successi alterni e l’odioso ricorso al welfare familiare e alla fine di una giornata lavorativa ci si sente come i ragazzini del dopoguerra che giravano per la città senza sosta, raccogliendo le cicche delle sigarette per ricavare qualche grammo di tabacco. Ogni giorno noi riportiamo a casa un grammo di infelicità e la teniamo ben chiusa nel cassetto perché forse un giorno sembrerà preziosa , visto che al peggio non c’è mai fine.

Fare l’editore è complicato. Farlo non a pagamento poi, ancora di più. Di solito la casa editrice che ho contribuito a fondare organizza dai 15 ai 20 eventi al mese, senza i quali non riuscirebbe a sopravvivere. Eventi significa presentazioni, reading, spettacoli, perfomance, iniziative culturalmente molto importanti, che ci consentono di mettere da parte come operose formichine i denari che serviranno a rimettere “a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Nonostante questo, la coperta è sempre troppo corta. Posto il fatto che se abbiamo iniziato questo lavoro un po’ visionari lo siamo, girando per fiere, presentazioni, incontri, ho percepito la matrice collettiva del problema. L’editore di solito si accompagna ad un ego smisurato, difficilmente ammetterà che il problema della sua casa editrice è uguale a quello della mia, continuerà a guardarti con estrema diffidenza, non capendo che il mercato editoriale indipendente rischia veramente tanto e che si è ormai ridotto ad un mercato di compravendita tra addetti ai lavori. Ad ogni occasione pubblica assistiamo a scene pietose di autori buttati a vendere le copie come venditori di aspirapolveri oppure colleghi editori che regalano panini e birre, che fanno i simpatici con tutti, negli ambienti più freak poi ci sono quelli che ti guardano male perché “si vede che tu non hai il distacco dal denaro”, insomma, un mondo difficile, che però va affrontato senza paure, senza posizioni dogmatiche, con le idee chiare ed una spinta sostanziale verso una rivendicazione forte del quadro professionale. Secondo il rapporto AIE (Associazione Italiana Editori) va tutto bene.

Tutto è in crescita. Le librerie vanno a gonfie vele, il commercio on-line è il traino del settore, vendiamo più diritti d’autore all’estero, i libri per ragazzi aumentano di fatturato, in Italia si legge di più, sono in calo solamente i fascicoli in edicola (ad esempio le ricette di Suor Germana), poi però se confrontiamo il rapporto dell’AIE con la situazione attuale del panorama librario e culturale italiano, le differenze sono molte. Piccole librerie chiuse, piccole case editrici chiuse, self publishing in vertiginosa espansione grazie a i grandi gruppi industriali che assorbono fette di mercato, l’editoria indipendente sempre più alle corde con un principio di concorrenza assurdo, che fa in modo che sia il distributore a decidere le sorti di una struttura e non il lettore, che solo dopo una disamina, una ricerca certosina (inadatta ai tempi in cui viviamo) può reperire un titolo, può scoprire un autore, un mondo dove è vero che si vendono molti libri, ma se si osservano i primi posti nelle classifiche troviamo biografie di sportivi, libri di cucina, narrativa da supermercato, un mondo del libro figlio della sottocultura televisiva della peggior specie. Per non parlare della mancanza di accesso al credito delle piccole imprese editoriali, del futuro incerto dell’Iva, che comunque l’editore assolve al 4% ma che inspiegabilmente paga a prezzo quasi pieno alla tipografia, l’accessibilità alle grandi fiere nazionali, che avviene in maniera arbitraria pur essendo le stesse finanziate con soldi pubblici, la mancanza di un contratto che tuteli il lavoro nell’editoria.

Occorre lanciare la sfida per spazzare via l’infelicità e la bassezza di chi vorrebbe ridurre un mestiere nobile ad un postribolo fatto di nani e ballerine, occorre strutturare una rete di iniziative che raccolgano i nuovi lavoratori della cultura e della conoscenza, perché nel corso dei mesi abbiamo visto che i problemi sono sovrapponibili, così come le soluzioni, occorre un movimento che faccia comprendere che anche “il sistema libro” è un bene comune.

Una sana editoria, un giornalismo libero da precariato, un cinema senza “impresari cani”, un teatro scevro da caste e flussi di denaro che vanno sempre a finire da decenni nelle stesse tasche, possono rendere migliore questo Paese, possono creare un volano economico enorme. Oggi è un dovere agire, perché come scriveva Pintor “azione significa uscire dalla solitudine”, azione significa ridare dignità alla parola, agli autori, ai lavoratori, azione significa non continuare a lamentarci e a delegare alle associazioni di categoria che difendono sempre i grandi gruppi editoriali che in maniera mastodontica fagocitano il mercato, per questo occorre ripensare le regole della concorrenza, che oggi appaiono superate e non capaci di evitare monopoli, non fondati sulla qualità e sulla proposta letteraria, ma esclusivamente sul potere economico della pubblicità e della creazione forzata della domanda.

Esiste un tempo migliore di questo, un tempo meraviglioso fatto non di fatue speranze, ma di costruzione di una collettività culturale, che restituisca al nostro Paese la dignità che gli spetta, oltre ogni crisi, oltre ogni Governo.

Ciao Don Andrea, prete forte tra amici fragili

don gallo

Genova per la nostra generazione non è solo una città col porto, non è solo la città di Fabrizio De André, Genova per noi sono i giorni del G8 in cui fu ucciso Carlo Giuliani, giorni che non sappiamo se sono finiti e Genova per noi è la casa di Don Andrea Gallo. Non poteva esser prete in una città diversa il Don, così sbilanciata, assurda, drammaticamente reale e poeticamente straziante. Era il prete dei vicoli, del porto, dei viados e delle prostitute e mentre la Chiesa sbandava su derive confessionali ed ecumeniche che la allontanavano dai suoi credenti, c’era lui che con due o tre strattonate ben assestate rimetteva equilibrio nella discussione.

Tanto caro fu Pier Paolo Pasolini

In Italia dal 1968 ad oggi non ci può essere uno scontro di piazza, una critica alle forze di polizia senza che i soloni del giornalismo e della cultura italiana sventolino immediatamente la poesia “Il PCI ai giovani” dove il poeta di Casarsa prende le difese delle forze dell’ordine. Chi lo fa, lo fa in cattiva fede, dimenticando la complessità storica della Battaglia di Valle Giulia e del successivo dialogo tra il movimento del ’68 e Pier Paolo Pasolini (che fu addirittura direttore del giornale Lotta Continua).

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