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Quando la rivoluzione è una fuga mascherata. Conversazione con Aureliano Amadei

teatro vascelloIl regista Aureliano Amadei torna a teatro con “L’Arma”, uno spettacolo scritto da Duccio Camerini che vede la partecipazione di Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e Maria Chiara Di Mitri, e che sarà in scena al Teatro Vascello di Roma (via G.Carini) dal 30 aprile al 12 maggio. Si tratta di una favola cattiva sul mondo invisibile di oggi, che tratta di padri e figli, appartenenza ed esclusione, "sistema" ed individuo. Libertà, diremmo, se non fosse una parola ambigua.

Il centro dell'azione scenica è un uomo che ha fallito i propri obiettivi e tagliato i ponti col mondo. Dopo aver rapito una neonata in modo accidentale si ritira in cima ad una montagna, mentre il suo vero figlio viene a cercarlo, ma sbaglierà tempo. Nella solitudine della montagna rimane solo la figlia adottata e rapita, in una veste di prigioniera, che, ormai cresciuta, è quasi un’adolescente, senza patenti per stare al mondo ma solo i precetti paterni per difendersi dall’aggressività del mondo. I tre personaggi si rincorrono nel testo attraverso i diversi tempi in cui cade il momento decisivo dell’esistenza di ciascuno. Per ognuno di loro, in un verso o nell’altro, il confronto con le violente attese dell’esterno, è o sarà determinante. Il testo è stato finalista al 50° Premio Riccione per il Teatro con il titolo “How Long Is Now”. Ho incontrato Aureliano per questa breve chiacchierata, in giorni convulsi, tra prove, spettacoli ed elezioni presidenziali, che sembrano lasciar poco spazio ad altro.  

L'Arma parte da una storia forte, un padre che fallisce i suoi obiettivi, rapisce una bambina in una culla e si ritira su una montagna, in solitudine. E' una fuga dell'uomo contemporaneo dalle sue responsabilità o un ritirarsi per difendersi?

L'enigma de "L'arma" è proprio questo: quanto spesso siamo disposti a mascherare una fuga da rivoluzione? In questo senso credo che i giorni convulsi che stiamo vivendo siano emblematici. Tutti vogliamo distruggere (fuggire) la vecchia politica. Ma questo rappresenta di per sé una rivoluzione? Poi c'è una riflessione sulla rinuncia all'identità; qualcosa che da tempo cerco di descrivere come un fardello collettivo e anche individuale. Non amo quando viene dato per scontato che l'identità sia un valore. Ha dei vantaggi, certo, ma è anche il primo granello di una montagna di orgoglio, personalismo, nazionalismo, separatismo su cui tutti sediamo. Infine si riflette sull'opportunità di imporre al prossimo le nostre scelte, per quanto appaiano infallibili ai nostri occhi.

Sul piano registico, sembra quasi dalle premesse uno spettacolo sperimentale, c'è la fusione di molti piani scenici e narrativi. Come è costruito lo spettacolo?

Non so se si potrebbe definire sperimentale. E' strano. Questo è sicuro. Tutto è raccontato da tre attori che vivono in tre dimensioni diverse. Tempi diversi che si intrecciano solo occasionalmente e quasi per caso. Questo crea la sensazione che ognuno di loro possa essere la proiezione di un altro, slittando in continuazione il piano del reale, fino a sospettare che nulla di quello che si vede e sente sia mai accaduto. C'è una sorta di materializzazione delle psicosi dei tre personaggi, che li rende immateriali. Tutta la storia prende lo spunto dalle registrazioni che l'uomo (Giorgio Colangeli) lascia prima di morire. Ma, prima di morire, potrebbe a sua volta aver immaginato quello che sarebbe successo dopo? Visivamente, lo spettacolo si ambienta in una baracca in montagna, che si muove nello spazio e nel tempo (fisicamente, è su ruote..). I monologhi dei personaggi, quindi, fluttuano per sistemarsi in un puzzle più grande di loro.

Dopo le giornate al Teatro Vascello inizierete un riadattamento cinematografico dello spettacolo: quali saranno le differenze sostanziali tra i due allestimenti e registicamente com'è per te cambiare linguaggio?

Sì, l'idea è di portare lo stesso cast artistico e tecnico nel progetto cinematografico. La speranza, infatti, è di riuscire ad attaccare le due operazioni, tanto da mantenere i benefici ottenuti con il lungo periodo di prove che offre il teatro in un piccolo film di eccellenza. Ovviamente i linguaggi sono immensamente diversi. Credo che, in un certo senso, il film richiederà una sorta di normalizzazione. Cose che vengono raccontate in modo anche confusionario nello spettacolo diventeranno immagini concrete, raccontando una storia sicuramente più coerente, per quanto folle. Se nello spettacolo la poetica è affidata alla parola, nel film sta nelle immagini. Comunque, un problema alla volta. Per ora pensiamo al 30 aprile. Al derby di coppa Italia ci pensiamo dopo...

Teatro Vascello
via Giacinto Carini, 78 (Monteverde)
Telefono: 06 5881021 / 06 5898031

dal 30 APRILE al 12 MAGGIO 2013
dal martedì al sabato h 21 – domenica h 18

Motoproduzioni Srl - TSI La fabbrica dell'Attore – La Casa dei Racconti
L'ARMA
HOW LONG IS NOW
Finalista 50° Premio Riccione per il teatro

di Duccio Camerini

con Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e Mariachiara Di Mitri

Regia di Aureliano Amadei

Scenografia Tommaso Garavini e Fabiana Di Marco
Costumi Daniela Ciancio
Aiuto regia Vanessa Bollar Maqueira
Casting Flaminia Lizzani
Disegno luci Vittorio Omodei Zorini

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