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L'ultimo romano: documentario sul cantautore Stefano Rosso

Scrivi Francesco Guccini e leggi “La Locomotiva”; senti Francesco De Gregori e pensi “Alice”;  Stefano Rosso è universalmente noto - se si specifica che è quella dello “spinello” – per “Una storia disonesta”. È destino comune per i nostri cantautori esser “catalogati” con una canzone, mai delle loro migliori, spesso poco rappresentative del complesso mondo di immagini che nasconde la loro opera. Per Stefano Rosso la condanna del tempo è stata assai più feroce: perché quella canzone – come lui stesso sottolineava, ampiamente fraintesa – è tutto ciò che di lui si ricorda. E anche a voler approfondire è sempre più difficile trovare i suoi dischi e le sue canzoni – chi cercasse su Spotify non troverebbe la bellissima “Valentina”, resa celebre nel 1974 sulla Rai da un giovane Claudio Baglioni. Eppure, Rosso era cantautore particolare – per il virtuosismo del tocco di chitarra, tanto da aver scritto uno dei primi manuali italiani di finger picking, cosa che oggi ne avrebbe fatto una star de noantri su YouTube; ma anche la dote rara di saper alternare un registro lirico e  uno stile più dissacrante, per certi versi simile solo a Rino Gaetano, che rendono molti suoi testi buoni per questi tempi bui

Tsunami Tour: il documentario. Il MoVimento Cinque Stelle che già conoscevamo

comizio beppe grillo piazza piena70 minuti decisamente piatti – nonostante la musica da far west-militante - che non restituiscono altro se non la superficie del MoVimento Cinque Stelle. Il film sullo Tsunami Tour è poco più che un collage di quanto abbiamo visto e sentito a riguardo nei mesi di campagna elettorale. Crea un filo che lega tutte tappe di questo tour-show e, sicuramente, inquadra in maniera chiara i temi principali che sono stati affrontati da Grillo.

Da Matera a Torino, negli oltre 70 comizi il copione è sempre lo stesso. Si parla di lavoro, delle imprese, dell’euro, del debito, della rete, di cimiteri, di trenini dell’amore tra Bersani, Ingroia, Fini e, davanti a tutti, “il nano”. I termini sono vaghi, arrabbiati ma pur sempre ironici e divertenti. Le folle, dovunque, ridono di vero cuore, anche se poi la dimensione delle loro sensazioni e impressioni è lasciata quasi completamente a margine di questa riflessione. Il film mostra qualche episodio di contestazione. Alcuni gridano contro Grillo mentre raggiunge il palco, un uomo gli intima: “ci devi dire come li mandi a casa”.

Morire di Marzo: Viva l'Italia - Le morti di Fausto e Iaio

fausto e iaioE’ in scena per le ultime tre repliche, al Teatro Elfo Puccini di Milano lo spettacolo “Viva l’Italia – Le morti di Fausto e Iaio” di Roberto Scarpetti per la regia di Cesar Brie e vale la pena correre per andare a vederlo perché è uno spettacolo onesto, ben recitato con una scenografia essenziale, oggetti funzionali, un disegno luci che accompagna perfettamente la narrazione e crea quel sapore di amarcord che hanno gli anni ’70, una regia perfetta di Brie che fa muovere magistralmente gli attori sul palco, che agiscono con pathòs e grazia, nel testo scritto da Scarpetti che fu insignito nel 2011 della Menzione speciale Franco Quadri –Premio Riccione per il Teatro.

Picasso, a 40 anni dalla morte, la tela che acceca i potenti

Nacque il 15 ottobre 1881 a Màlaga come Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Annibali Picasso. Morì l’8 aprile 1973 a Mougins, più semplicemente, come Pablo Picasso. Fu scultore di geniali allucinazioni, dislessico, e poeta, come amava definirsi; ma soprattutto pittore universale contro i totalitarismi del suo tempo. Il secolo diciannovesimo scandiva l’anno ’37 quando la Legione Condor, corpo volontario della Lutwaffe, rase al suolo la città basca di Guernica.

[Letture corsare] Nazionalismi e sinistre tra Catalogna, Scozia e Euskadi: storie di un malinteso irrisolto

p-nacionalismosNazionalismo e sinistra, un binomio perlopiù fonte di tensioni ed equivoci, specie quando si tratta di movimenti secessionisti europei. Grande solidarietà verso i popoli del Tibet, il Kurdistan e la Palestina, ma se a reclamare maggiore autonomia sono catalani, baschi o scozzesi subentra un imbarazzo che porta la mente dritta a Pontida. In Italia il problema è particolarmente accentuato dalla presenza del secessionismo “padano” ma si tratta di una questione antica, che mise in difficoltà gli stessi Marx ed Engels, che divise Lenin e Luxemburg e che ancora oggi non vede un’analisi comune tra i movimenti progressisti internazionali.

 Il laboratorio iberico

Lo scenario spagnolo è quello che meglio descrive questa tensione e che è ben descritto da due testi di recente uscita: “Los nacionalismos, el Estado español y la izquierda" di Jaime Pastor e "L’ascia e il serpente" di Adriano Cirulli, quest'ultimo ntervistato di recente dal Corsaro. Pubblicato da Viento del Sur, il testo di Pastor presenta la cornice teorica di questo binomio e la sua manifestazione nel caso spagnolo. Nel primo capitolo vengono presentate le fondamenta teoriche di concetti come nazione, federalismo e autodeterminazione, mostrando un pluralismo di interpretazioni che a seconda dei casi hanno fatto leva sul territorio, la lingua, la cultura o sulla volontà popolare. Quando ad occuparsi del tema sono stati poi i teorici del movimento operaio la questione si è complicata: le lotte nazionali indeboliscono o rafforzano le lotte sociali? Una domanda a cui, secondo l’autore, Marx risponderebbe contraddittoriamente spinto da un lato ad unire il proletariato sotto la stessa bandiera, e dall’altro ad appoggiare le lotte di resistenza nazionali, una contraddizione che di fatto ha accompagnato la sinistra in tutta la sua storia.

La musica indie entra in fabbrica: 'UPm non è un pranzo di gala'

upm unità di produzione musicaleUpm, Unità di Produzione musicale è un progetto di Enrico Gabrielli, musicista tra gli altri di Mariposa, Afterhours e Calibro 35, e Sergio Giusti, sviluppato assieme a Enece Video (Pietro De Tilla, Elvio Manuzzi, Tommaso Perfetti) e Pietro Leone. Scrivono gli autori del progetto nella scheda di presentazione: “Si tratterà di un’opera a metà tra un film documentario e una performance. Una simulazione di 8 ore di lavoro in fabbrica dove, anziché stare al tornio o produrre bulloni, si scrive e si suona musica attraverso veri e propri turni da catena di montaggio”.

L'esperimento, sovvenzionato in crowdfunding tramite Musicraiser, vedrà la collaborazione, tra gli altri di Xabier Iriondo, i Ministri, Giulio Favero, Dente, Eugenio Finardi, gli Zen Circus, Vasco Brondi, Rodrigo d'Erasmo, gli Zeus, Roberta Sammarelli dei Verdena, Fritzdacat, Giorgio Canali, Baustelle, Manuel Agnelli, Iosonouncane, la Fuzz Orchestra, Davide Toffolo, Cesare Basile, A Classic Education.

Notturno Jannacci

Jannacci e Gaber“Ma che poi sai Milano era diversa”, mi dicono spesso da quando sono arrivato, e tu cerchi di spiegargli che anche Roma, la mia città, era diversa, sembra quasi che qualcuno abbia fatto qualcosa alle città, qualcuno che è arrivato di notte e ha rubato varie cose, tra cui la poesia, la voglia di viverle e di trovare bellezza.

Allora non resta che camminare, per contare le rughe alle strade e riconoscere cosa c’era prima. A Milano prima c’erano Giorgio Gaber e Enzo Jannacci.

Il secondo è uscito di scena mentre tutti erano distratti, tra il Papa nuovo che va a piedi e il Governo che proprio non vuole nascere. Lui in una sera piovigginosa se ne è andato, forse non gli andava o forse era stanco. E vedendola di notte la sua Milano, ritrovi un po’ tutti i suoi personaggi che non è vero che sono scomparsi ma si chiamano solo in modo diverso e forse sta a noi dargli un posto in questo quadro enorme e allora vedi la prostituta rumena che attraversa la strada in viale Misurata, guardandoti ma solo appena e gli vorresti urlare “t’ho compràa i calsett de seda cun la riga nera” o l’operaio algerino vicino al Naviglio Pavese che rincasa alcolizzato dopo una giornata di lavoro e visto che è Pasqua pensi che in fin dei conti è lui quel “Nazareno stanco su un tram di Milano”. E poi c’è la nebbia, che ti rende questa città non molto reale, a cavallo tra l’ultima sigaretta che hai fumato e quel sogno buttato al cesso. Era fatta di questi due estremi la musica di Jannacci, sempre quasi scritta per caso, per quel caso che incastra le cose e ti rende la realtà cruda diretta, così com’è. Era figlia di un’urgenza di vivere, di sperperare tutto, di giocarsi tutto per il trucco finale, per il gusto di far ridere e piangere. Da un punto di vista letterario un caso unico il suo, cardiologo con l’amore per le parole, amante forsennato di quel nonsense che alla fine di “sense” ne aveva a milioni, tecnicamente perfetto nella stesura testuale che vive di equilibrio splendido, aveva quel suo modo di stare sul palco figlio dell’irriverenza della sua generazione che non troveremo più in nessun prodotto costruito a tavolino dalle nuove gerarchie musicali.

[Letture Corsare] Un romanzo in dodici racconti: intervista a Simone Bisantino, autore di "Il ragazzo a quattro zampe"

copertina-4-zampeVolendo raffreddare l’inevitabile incandescenza, che illumina le nostre menti (e i nostri cuori e i nostri animi), della letteratura «dalle origini ai nostri giorni» con agili calcoli a dieci dita possiamo tranquillamente affermare che tra gli argomenti più prolifici ci sono quelli che normalmente ci gettano nello sconforto: amori terminati, tragedie famigliari, disperazioni personali, sconfitte, non-vite. E se prendessimo come esempio qualche autore faremmo torto alla numerosissima schiera di quelli esclusi, per le solite strane organizzazioni della memoria; ma non si può non pensare a Saffo, a Virgilio, a Shakespeare, fino a Kerouac e Pasolini.

Pur con le ovvie differenti caratterizzazioni (non solo personali, ma anche banalmente temporali) il motore di queste produzioni si rivela quindi incessantemente attivo, anche perché «il disagio» col tempo non ha pervaso solo le pagine scritte, ma alimentato, ad esempio, anche la musica, i suoni, le immagini.
Le ultime tracce di questa tesi sono lasciate lungo un affascinante sentiero da Il ragazzo a quattro zampe di Simone Bisantino (Caratteri Mobili, 80 pagine).

Aldo Morto: intervista a Daniele Timpano

Abbiamo intervistato Daniele Timpano, più che un attore e regista, un personaggio che vive un rapporto simbiotico con il teatro, e che in questi giorni si è rinchiuso in uno stanzino del Teatro Dell'Orologio di Roma per ripercorrere idealmente i giorni della prigionia di Aldo Moro. Il progetto "Aldo Morto – 54" è infatti una riproposizione del suo monologo sulla prigionia del presidente della Democrazia Cristiana, uno spettacolo già finalista al Premio Ubu, visto con gli occhi di chi non c'era o, come spiega Timpano era troppo piccolo per ricordare e "che un certo Moro fosse morto l'ho scoperto alla televisione una decina di anni dopo, grazie a un film con Volontè".


Si legge sul sito del Teatro Dell'Orologio: "Daniele Timpano prigioniero politico del teatro: 54 giorni di prigionia in live-streaming e 54 giorni di spettacolo al Teatro dell' Orologio di Roma. Autosequestro o asilo politico?". Massimiliano Coccia ha provato a scoprirlo, parlandone con l'autore.

 

1.Daniele, come procede la "detenzione"?


Bene. Anche perché siamo ancora ai primi giorni. Francamente non riesco a prevedere come potrà andare. Finora sto bene anche a livello di energie. Mangio abbastanza, e poi in fin dei conti, ahimè, faccio un po' quello che facevo prima, almeno in questi primi giorni. Sto al computer tantissimo tempo e sento musica per disperazione, parlo da solo... tutto si acuisce ma un po' mi pare il palesamento, voyeuristicamente esibito in pubblico, della stessa prigionia di cui prima ero meno consapevole. Ho l'impressione che, sole a parte, non ci sia più un mondo all'aria aperta.


2.Cosa significa rimanere reclusi per 54 giorni in un teatro? Che tipo di meccanismo interiore si sviluppa?


Mi sento davvero strano. In un certo senso non c'è grande differenza, nel senso che la giornata di un attore che deve andare in scena, almeno la mia, di solito è tutta un po' un sonnambolico procedere verso la replica serale. Si risparmiano le forze. Ci si pensa ogni tanto. Tutto torna lì come ad un fulcro e finché lo spettacolo non è finito non ti rilassi, fino al mattino successivo. O forse sono io che sono ansioso. E forse lo sono perché non sono solo l'attore ma anche l'autore, il regista, il responsabile intellettuale dei miei spettacoli. In sostanza la prigionia estremizza queste sensazioni. Ieri per esempio, verso le 19, dopo ore che parlavo e facevo cose, mi sentivo addosso una stanchezza assurda e una paura grande di non aver le forze di sostenere 1 ora e 40 di monologo sfibrante... poi invece è andato tutto bene, molto bene. Assurdamente lo spettacolo non mi ha nemmeno particolarmente affaticato. Mi sento solo, però. Molto. Ogni volta che qualcuno viene a trovarmi in cella mi fa un bell'effetto, mi rendo conto che gli altri ci sono. Ad essere amplificato è anche l'effetto che mi fa vedere gli spettatori in platea. Quello è il momento di apertura, condivisione, incontro che dà un senso a tutto. La cosa più bella, forse l'unica, del teatro, la cosa che lo rende il mestiere che mi sono scelto, è proprio questo incontro, quel che resta di qualcosa di rituale, di un incontro. Bisogna esser qui, con me, tra noi. Questo molti spettatori nemmeno pare lo capiscano. Se no non ci sarebbero persone che scartano le caramelle mentre parli o persone che fanno le foto e si stupiscono se l'attore dalla scena li guarda male o persone che arrivano in ritardo, a spettacolo iniziato, facendo rumore. Il teatro è il posto dove si è. Si è lì con chi c'è seduto accanto a te e con chi c'è davanti a te, circondato da odori che non sono quelli di casa tua o del tuo ufficio ma gli odori del luogo altro, magari polveroso, gli odori delle altre persone. Come l'autobus, in fondo. Non si è chiusi in macchina ad ascoltar la propria autoradio. Si è in un posto con altra gente. Io in questi giorni questa cosa la sento come non mai, perché è davvero il momento in cui parlo con delle persone. Ho notato infatti di essere molto più suscettibile del solito. L'altra sera ho dovuto trattenermi dal tirare una cosa in faccia ad una spettatrice che parlottava. Mi sento abbastanza forte da gestire queste cose, figuriamoci, ma è la pazienza che – in questo stato in cui sono, metafora tutto sommato di uno stato generale diffuso anche fuori da questa cella – davvero sta finendo. Parlo troppo da solo, in cella. Devo farlo per forza, ogni tanto. Mi sento dipendente. Mi sento solo. Mi diverto ma sento che la mia percezione della realtà è un po' distorta, in questi giorni. Ed ho molta meno voglia di prima (di quando ero fuori) di saper che succede nel mondo. Il Papa, per esempio, mi è scivolato via addosso senza peso. Ed anche la questione del governo ancora in faticosa composizione dopo le elezioni mi pare molto meno interessante. Ho paura che questa cella 3x1 diventi un grembo materno, sia pure un poco scomodo.


3."Desolato, io non c'ero quando è morto Moro. Aldo è morto senza il mio conforto. Era il 9 maggio 1978. Non avevo ancora quattro anni. Quando Moro è morto, non me ne sono accorto" è l'incipit dello spettacolo e cosa è successo quando te ne sei accorto?


Niente di particolare, all'epoca. Non ne comprendevo la relazione con quello che mi capitava adesso, col mio paese, col presente. In generale, la grande conquista intellettuale della mia vita penso sia stata capire come tutte le cose siano collegate tra loro, soprattutto quel che è successo prima di me, quel che hanno fatto o detto persone che sono ancora qui, vive e scalpitanti. Il mondo non è appiattito davvero sul presente, o meglio lo è, ma capire come sia successo, e com'è ad esempio che si è passati da una generazione che – mi raccontano in molti che eran giovani 30 anni fa – sentiva un profondo (o superficiale?) senso di ottimismo per un mondo che sembrava essere in subbuglio e in cambiamento, pieno di speranze, di prospettive, e l'attuale trionfo della repressione/depressione preventiva di qualunque slancio nel futuro. Gli anni '70 sono diventati un mito, tutto sommato, ed in questo c'è del vero e c'è del falso, come in tutte le mitologie. Non so. È successo che mi sono convinto sia fondamentale frugare nelle frattaglie di questa identità nazionale in crisi e dismissione. Tutto sommato, anche incarnare l'impossibile, chiudermi in clausura in una condizione simile (ma imparagonabile) a quella descritta dai brigatisti negli atti processuali come la condizione sperimentata da Moro, è un tentativo di avvicinare, sia pure maldestramente, nella carne della mia carne, la carne un tempo viva ma irrecuperabilmente morta di una storia che, per quanti sforzi possa fare, non è più recuperabile. Siamo in un mondo altro, con evidenti segni di continuità, ma completamente diverso. Un mondo dove, peraltro, quello che un tempo si chiamava Capitalismo, ha completamente sbaragliato ogni resistenza.

 


4.Oltre allo spettacolo, alla "morotona" collaterale tu incontri nella tua cella anche gli spettatori e gli chiedi ricordi, memorie e sensazioni del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, che idea ti sei fatto di queste testimonianze?


Le interviste e gli incontri sono appena cominciati. Sinora son venute prevalentemente persone giovani, che all'epoca non c'erano ed il poco che ne sanno è vago: frammenti di documentari, sensazioni di angoscia comunicategli dai genitori, poco più. Che poi è più o meno quello che sapevo io prima di decidere di mettermi lì a studiare tutto. L'idea che ho, e che spero le testimonianze smentiscano, è che la memoria di quegli anni sia perduta, che davvero non passino le cose da una generazione all'altra, passano al limite le persone da un'epoca all'altra: persone che cambiano, tagliano la propria vita in due, revisionano i loro ricordi e le proprie appartenenze e prendono il posto degli esponenti della generazione precedenti che avevano criticato o avversato. O filtra fino a noi, viceversa, la nostalgia per queste epoche che non abbiamo vissuto e che, dai racconti, sembrano sempre meglio di questo roba grigia e morta che viviamo adesso, molto più plumbea di qualunque piombo. È proprio strana questa nostalgia consolatoria e mitologica di altre epoche, magari già morte per chi le ha vissute ma che sono paradossalmente più vive, ma deformatissime, per noi che non c'eravamo.


5. Dopo la morte al Teatro dell'Orologio dove avverrà la prossima detenzione e uccisione?


Se ti riferisci alla riproposta a un progetto altrettanto ambizioso e irragionevole la risposta è senz'altro: in nessun luogo. O al limite nel regno dei cieli, dove speriamo ci sia ad accogliermi una luce non elettrica.
Se ti riferisci a progetti futuri o repliche dello spettacolo invece ti dico che da metà maggio ho altre repliche di "Aldo morto", mi pare in Trentino, ma anche in Toscana, come anche repliche di altri spettacoli. Poi spero di riuscire a fare una vacanza. Come i brigatisti del Sequestro Moro che, un mesetto dopo l'esecuzione, come è normale che fosse, erano già a Santa Marinella a fare il bagnetto e prendere il sole e rilassarsi. Lo racconta la Braghetti nel suo libro best seller "Il prigioniero", Edizioni Feltrinelli. Dopo la vacanza, se potrò permettermela, al lavoro per il nuovo spettacolo, questa volta sugli Zombi, questo tentativo di resurrezione, questa resurrezione letterale in mancanza di meglio, questa impossibilità di resurrezione, questa metafora vastissima, popolarissima ma sottovalutatissima dello Zombi. Ci lavoreremo durante l'estate, io e la mia moglie e collega, Elvira Frosini, che mi manca molto. Ieri ho provato a sentirla su Skype dalla cella, ma non si sentiva bene il microfono del portatile...

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