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La musica indie entra in fabbrica: 'UPm non è un pranzo di gala'

  • Scritto da  Intervista a cura di Paola Ciarrocchi
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upm unità di produzione musicaleUpm, Unità di Produzione musicale è un progetto di Enrico Gabrielli, musicista tra gli altri di Mariposa, Afterhours e Calibro 35, e Sergio Giusti, sviluppato assieme a Enece Video (Pietro De Tilla, Elvio Manuzzi, Tommaso Perfetti) e Pietro Leone. Scrivono gli autori del progetto nella scheda di presentazione: “Si tratterà di un’opera a metà tra un film documentario e una performance. Una simulazione di 8 ore di lavoro in fabbrica dove, anziché stare al tornio o produrre bulloni, si scrive e si suona musica attraverso veri e propri turni da catena di montaggio”.

L'esperimento, sovvenzionato in crowdfunding tramite Musicraiser, vedrà la collaborazione, tra gli altri di Xabier Iriondo, i Ministri, Giulio Favero, Dente, Eugenio Finardi, gli Zen Circus, Vasco Brondi, Rodrigo d'Erasmo, gli Zeus, Roberta Sammarelli dei Verdena, Fritzdacat, Giorgio Canali, Baustelle, Manuel Agnelli, Iosonouncane, la Fuzz Orchestra, Davide Toffolo, Cesare Basile, A Classic Education.

Il Corsaro ne ha parlato con Sergio Giusti, studioso e docente di fotografia, che con Gabrielli è la “mente” dell'ambizioso progetto. Alla realizzazione tecnica del progetto collaborano anche Pietro De Tilla, Elvio Manuzzi, Tommaso Perfetti e Pietro Leone, tutti fotografi e filmmaker.

Dove nasce l'idea di creare questa performance definita da voi stessi un documentario distopico?

C’è stata una prima incarnazione della performance chiamata Produzione Musicale, fatta a Milano alla Cascina Cuccagna da membri dei Mariposa e da altri musicisti aggiunti, nella quale si voleva ragionare su arte, musica, produzione e lavoro. Enrico ha avuto l’idea delle sessioni da catena di montaggio e durante la performance ci siamo accorti che le reazioni umane alla fatica, allo stress, ma anche i commenti appassionati o divertiti fra i vari musicisti-operai erano interessanti quanto e a volte di più della musica prodotta. Ci è balenato allora alla mente di fare la cosa in grande, in una fabbrica, con 60 persone che magari non si conoscono bene e non provengono tutte dallo stesso ambiente, come invece era quella volta: una sorta di esperimento psicologico. Per occuparsi anche di ciò che di extramusicale avviene, era naturale pensare a qualcosa di visivo, una sorta di documentario performativo (perfino i documentaristi saranno in tuta e ovviamente capiterà che finiscano nelle inquadrature, quindi anche le riprese stesse sono parte della performance). L’aggettivo distopico allude al contrario dell’utopia: è un’utopia negativa. Il riferimento è a Orwell, Huxley, Bradbury, Vonnegut… Insomma 1984, Metropolis & co. Un rigurgito novecentesco in pieno terzo millennio? Chissà.

L'idea di confrontare il musicista con l'operaio è stata dettata dal contesto attuale in cui molti artisti si trovano? Cos'hanno in comune queste due figure?

Non so se sia possibile confrontare il musicista con l’operaio. Ho paura dei gineprai… per quel che mi riguarda la questione è reale e metaforica allo stesso tempo: faccio calare i musicisti nel ruolo degli operai con la serietà che solo un gioco con regole stabilite può avere, stabilisco una ritualità (rito e gioco sono antropologicamente collegati); quando il musicista ha accettato le regole diviene una metafora vivente… ma qui viene il bello: la fatica, la disciplina, l’alienazione saranno vere e non simulate. Come reagiranno a tutto questo è la sfida aperta che noi lanciamo. Poi è chiaro che l’ipotetico spettatore del nostro documentario si farà delle idee sue, troverà le sue chiavi interpretative e i suoi paralleli. Ma noi tesi preconcette non ne esprimiamo. UPm non è un’inchiesta, è un lavoro artistico. Chi pretende significati univoci da un’installazione, da un’opera di video-arte, da un progetto fotografico? Lo stesso dovrebbe valere per Upm.

Credete che questo esperimento riesca a rendere l'artista “libero” comunque di esprimersi, nonostante gli orari, i turni ecc? Non temete che possa uscire qualcosa di standard e poco naturale?

La standardizzazione per me che vengo dalla fotografia è, provocatoriamente, un bene. Democratizza l’estetica abbattendo il falso mito della tecnica sopraffina e dell’ispirazione divina. Quello che conta non è l’Arte con l’A maiuscola, ma il rapporto rinnovato con le cose e coi concetti fuori dall’abitudine e dalle pigre adesioni al già stabilito. Questo non vuol dire: siamo tutti artisti (non riesco a immaginare un mondo del genere… troppa noia). Significa dire che cambia la prospettiva con cui guardi esteticamente e concettualmente al mondo.

Grazie a Musicraiser potrete raccogliere i fondi necessari per la realizzazione del progetto; avrete modo quindi di rendere partecipi i fan o chiunque abbia voglia sostenere l'iniziativa. Questo potrebbe secondo voi portare le persone coinvolte a crearsi delle aspettative diverse da quelle reali?

Il fatto di raccogliere i fondi in modo democratico e collettivo ci sembrava la diretta conseguenza di un progetto che nasce già collettivo. Le aspettative, in quanto frutto della virtuale immaginazione, non sempre passano all’atto… Gli equivoci ci saranno e ci sono stati. Quello che noi chiediamo e offriamo è questo: credi in questo progetto? Perché sia non solo una bella idea, ma anche una realizzazione concreta, abbiamo bisogno che la finanzi, anche con una piccola quota. Non è però una donazione a fondo perduto, chi contribuisce ha in cambio sempre qualcosa, dal DVD a uno spartito autografo, da una delle tute usate durante la performance alla possibilità di assistere a un turno di fabbrica. Il tutto a seconda della quota contributiva. Se vuoi vederla da un altro lato, è una sorta di prevendita. 

Sapreste descriverci una giornata tipo o per lo meno parte di essa, all'interno della fabbrica?

Questo è nel dettaglio ciò che accadrà: 60 esecutori producono musica secondo turni prestabiliti: 30 a un tavolo scrivono ciascuno uno spartito in un tempo di 10 min; 30 sono pronti a un leggio per eseguire gli spartiti prodotti. Una volta scritta la musica gli esecutori al leggio eseguono gli spartiti per 10 minuti; 1 capo reparto detta i tempi dei turni smistando i vari esecutori fra le sessioni di scrittura e di esecuzione e distribuendo gli spartiti ai vari partecipanti con uno schema precostituito. Il tutto secondo un modello di turnazione che si svolge in 8 ore con turni di lavoro da un’ora, 4 pause da 20 min e una pausa pranzo di 40 min. Gli esecutori non devono avere per forza strumenti specifici di conoscenza musicale, tuttavia nella squadra dei 60 saranno assunti 10 operai esecutori specializzati con comprovata conoscenza della materia musicale (scrittura e lettura). Agli esecutori verrà fornita una apposita tuta da lavoro uguale per tutti, tranne per gli specializzati che verranno forniti di una tuta diversa che li contraddistingua. Il ruolo degli operai specializzati sarà quello di indirizzare l’interplay durante l’esecuzione a cui loro partecipano. In ogni turno di esecuzione saranno presenti 5 operai specializzati e ciascuno avrà in carico 5 esecutori semplici di cui dovrà gestire l’esecuzione attraverso elementari e concordati comandi di direzione (esempio: stop, più forte, più piano, a scemare…). Durante il turno saranno in vigore regole precise: divieto di fumare (se non nelle pause) e bere alcolici, osservare il silenzio da parte degli esecutori durante le sessioni di scrittura e, simmetricamente, da parte dei compositori durante le esecuzioni. Il capo reparto si farà carico di far rispettare tali regole. Come vedi, per citare in maniera distorta un cinese famoso, UPm non è un pranzo di gala!

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