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#stopbiocidio: 10 anni dal 29 agosto

Il 29 agosto 2004 è una data scolpita nella memoria di molti, acerrani e non: più di trentamila persone che manifestano compatte contro l’imposizione dell’inceneritore di Acerra e contro il sistema emergenziale di gestione dei rifiuti. Le proposte politiche, lo scatto di dignità di questi luoghi sono immagini che non si dimenticano.

Non si dimenticano le cariche, i lacrimogeni.

Non si dimenticano i retroscena scoperti di lì a poco che ancora una volta saldavano camorra, imprenditoria malsana, politica deviata e violenza.

Non si dimentica una sconfitta.

E brucia. Brucia ancora.

Padova a braccia aperte? Bitonci, i preti e i mendicanti

ripubblichiamo dal blog di Gianni Belloni 

«La vera carità cristiana si fa aiutando realmente, fattivamente, quotidianamente le persone in difficoltà, come fanno i nostri servizi sociali, e non permettendo loro di vivere di questue, talvolta forzose, di espedienti ai margini della società e della legalità».

A prima vista possono passare per parole di buon senso. Le ha vergate Massimo Bitonci rivolgendosi ai frati di sant’Antonio in una puntata della quotidiana polemica sulle politiche sull’accattonaggio (che preferiamo trattare come diversi punti di vista sulla questione della povertà) . A prima vista dicevamo, perché l’affermazione solleva alcune questioni non banali.

Otto domande che i queer palestinesi sono stanchi di sentire

Negli ultimi anni le tematiche lgbti e queer si sono andate sempre più ad intrecciare con la questione palestinese e israeliana. Sentiamo spesso parlare della differenza della condizioni di gay e lesbiche in Israele rispetto al resto del medio oriente. Non capita spesso però di sentire direttamente la voce degli omossessuali palestinesi. Per questo abbiamo deciso di tradurre questo intervento [http://electronicintifada.net/content/eight-questions-palestinian-queers-are-tired-hearing/12951] di Ghaith Hilal, attivista queer palestinese della Cisgiordania, membro dei vertici di Al-Qaws [http://www.alqaws.org] (Arcobaleno), la prima organizzazione LGBTQ riconosciuta che si occupa dei bisogni dei Palestinesi che vivono in Israele e nei territori occupati. Otto risposte che ci possono aiutare a togliere gli occhiali occidentali nel comprendere i bisogni e le difficoltà della lotta queer e lgbti nel medio oriente.

No Muos in piazza anche ad agosto: mobilitazione nazionale

In più di duemila da tutta Italia hanno attraversato ieri, 9 agosto, la riserva Unesco della Sughereta a Niscemi per la giornata di mobilitazione nazionale contro il MUOS, il sistema di telecomunicazione satellitare della marina militare statunitense la cui installazione e attivazione è ormai prossima. 

Teatro Valle: la lotta non è finita

Una trattativa estenuante vede i “comunardi” del Teatro Valle e il comune di Roma, con l'intermediazione non proprio super partes del “teatro di Roma”, contendersi le sorti di un teatro magnifico. Ma la battaglia di queste ore sta da un'altra parte. Non è nei cavilli o nelle clausole del testo da firmare ma nel senso della lotta per i beni comuni.

Con tutta probabilità la battaglia del Valle porterà fra qualche anno ad un teatro più aperto e partecipato, gestito con delle regole più democratiche, ma si respira un'aria di sconfitta, di arresto di una battaglia più profonda e a poco servirebbe “l'onore delle armi” di farsi sgomberare.

Caso Saladino, la madre: "Voglio la verità, si riapra il caso"

Giuseppe Saladino era un giovane di 32 anni, morto nel carcere di Via Burla, a Parma, nell'ottobre 2009, a causa - secondo quanto emerso da un contestato esame tossicologico - di un'overdose di eroina; all'epoca dei fatti, il suo caso venne paragonato a quello ben più noto alla cronaca nazionale di Stefano Cucchi e da più parti si chiese che venisse fatta piena luce su quella morte. Oggi, a distanza di quasi cinque anni, la madre Rosa torna a far sentire la propria voce e chiede di riaprire il caso.

Il Veneto sott'acqua: perché la tragedia di Refrontolo viene da lontano

La tragedia del paese di Refrontolo sta facendo parlare per l’ennesima volta di Veneto e di alluvioni. Come accade sempre più spesso, una forte pioggia nella regione ha causato la morte di diverse persone, l’isolamento di borghi e frazioni e notevoli danni economici. Si tratta ormai di una storia nota: il Veneto è in emergenza alluvione almeno una volta ogni due settimane da ottobre 2013, con continue esondazioni, frane, erosioni e allagamenti.

Non si tratta certo di fenomeni tipici della regione; è vero che i cambiamenti climatici hanno portato piogge intensissime e trombe d’aria molto più forti e frequenti, ma le responsabilità dei veneti su tutto ciò, e sugli effetti di queste emergenze, sono notevoli.

Innanzitutto partiamo dai cambiamenti climatici. È evidente a tutti coloro che risiedono nella regione che il tipo di precipitazioni, l’intensità e la repentinità con cui si scatenano sono un fenomeno assolutamente nuovo nella storia veneta. Però sarebbe sbagliato dire che i veneti su questo sono privi di colpa: i cambiamenti climatici sono un prodotto diretto del nostro atteggiamento rispetto al Pianeta, non sono capitati per caso. I cambiamenti del clima sono la conseguenza dell’aumento della temperatura dei mari, la cui principale causa è l’enorme consumo di carburanti fossili. Il boom economico che ha portato il nord-est negli anni ’70 e ’80 dall’essere una delle zone più arretrate d’Italia a diventarne la locomotiva è stato tutto basato sull’intuizione che la piccola industria poteva specializzarsi, anziché su un prodotto finito, sull’elaborazione di semilavorati e di particolari. È nata così tutta un’economia del particolare, in cui migliaia di piccole fabbriche, poco più di laboratori artigianali, ha imparato a fare un solo tipo di lavorazioni, o di dettagli, di altissima qualità da esportare in tutto il mondo. Questo sviluppo si basa però necessariamente su una pesantissima articolazione logistica, che vede merci in continuo movimento, interamente sviluppata su ruote e su navi. È facile immaginarsi l’effetto in termini di consumo di combustibili fossili, e quindi le corresponsabilità nel riscaldamento del Pianeta. Ovviamente questo non basta a giustificare quanto sta accadendo, è un piccolo elemento in un sistema di portata mondiale, ma che, esistendo in questa forma e in questi modi, serve a spuntare le armi a chi adotta un atteggiamento fatalista nei confronti dei cambiamenti che stiamo vivendo.

Il Radar Festival costretto a lasciare Padova: senza cultura la città muore

Gli organizzatori del Radar Festival, che la settimana scorsa si è svolto tra molte difficoltà al Parco delle Mura a Padova - stessa location dal 2012 - hanno annunciato che dal prossimo anno il festival musicale lascerà la città veneta per trasferirsi altrove. Gli organizzatori affermano di aver maturato questa decisione da un po' di tempo, tuttavia l'annuncio è arrivato solo dopo uno scontro acceso con il vecchio/nuovo assessore alla sicurezza padovano Maurizio Saia (“vecchio” perché già assessore ai tempi della giunta con sindaca Giustina Destro nel 1999).

La situazione ha un che di grottesco: gli organizzatori consegnano le richieste per ottenere tutti i permessi nei tempi previsti, e tutte le valutazioni preliminari risultano favorevoli. L'Amministrazione era informata ed aveva autorizzato ogni singolo dettaglio della manifestazione. Questa la situazione al 9 luglio. Il 21 luglio, con il palco già montato da una ditta di professionisti, l'Amministrazione muta completamente il proprio precedente indirizzo, arrivando a chiedere, dal Settore Ambiente, che il palco venga orientato diversamente, cosa ovviamente impossibile a soli due giorni dall'inizio della rassegna musicale.

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