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Quaderni corsari: introduzione al terzo numero

«Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». Così recita la celebre frase de L’Odio, il film di Mathieu Kassovitz sulle banlieues parigine. Ci è ignoto a che punto della caduta siano le nostre vite, la nostra società, ma di certo, nell’epoca del post-tutto, alla sensazione di essere «bloccati in un’eterna transizione» – di cui scriveva Vittorio Foa – si è unita quella della caduta perpetua, si precipita così a lungo da scordarsi che a un certo punto arriva il contatto con il suolo, e che fa male.

Precipitiamo, tra le macerie, sulle macerie, senza avere gli strumenti adeguati per reggere l’impatto.

Assistiamo a un cambio d’epoca (che è cosa ben più drastica di un cambiamento epocale), confrontandoci con la forza del processo storico e con la rapidità con cui il capitalismo senza attrito ne determina la direzione. Subiamo singolarmente e collettivamente gli effetti della crisi, che altro non è che una trasformazione dell’economia globale finalizzata a perpetuare con maggior vigore il costante saccheggio delle risorse pubbliche, dei beni comuni, in un enorme trasferimento di risorse dal basso verso l’alto.

Codici identificativi di polizia, in quasi 90mila rispondono all'appello di Paolo Scaroni

Sono passati più di otto anni da quando un tifoso bresciano, al termine di una partita di calcio tra la sua squadra e l'Hellas Verona, venne pestato da un gruppo di agenti, tanto da non riprendersi mai più e da divenire invalido al 100%. Oggi, Paolo Scaroni, due mesi dopo la riapertura del suo caso e l'indizione di un processo d'Appello, ha preso carta e penna e ha rivolto un appello al vicepremier Angelino Alfano, per richiedere che ciò che è accaduto a lui non si ripeta più e che vengano inseriti dei codici identificativi sulle divise delle forze di polizia.

Suicidi, tentati suicidi e morti sospette, l'emergenza carceri non conosce tregua

“E' vero, non tutti hanno la possibilità di bussare alla porta del ministro della giustizia, non tutti hanno un diretto contatto. Ma posso garantire che nessuno più di me avverte questa disparità in tutta la sua dolorosa ingiustizia. E’ difficile essere vicini a tutti”: con queste parole il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, sosteneva alle Camere la bontà del proprio operato, respingendo il pressing sulle dimissioni arrivato da più parti. Parole dimenticate e chiuse a chiave in un cassetto nel giro di pochi giorni, perché l'emergenza carceri è ripresa. Anzi, non si è mai fermata, nemmeno – come abbiamo sottolineato – nei giorni in cui si consumava l'affaire Ligresti.

Affaire Ligresti, non convincono le "buone intenzioni" della Cancellieri

“Il ministro della Giustizia deve essere responsabile e ha il dovere di rispettare le leggi, ma deve anche avere il diritto di essere un essere umano. Ho la coscienza a posto, non darò le dimissioni: si dimette chi ha cose di cui pentirsi. Negli ultimi tre mesi ho fatto più di cento interventi per persone che ho incontrato nel corso delle mie visite in carcere o i cui i familiari si sono rivolti a me anche solo tramite una e-mail. Ho fatto il mio dovere”. Così il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, parlando al congresso dei Radicali a Chianciano, ha giustificato il suo operato rispetto al caso di Giulia Ligresti. Nei giorni in cui il ministro si prodigava per il caso della giovane imprenditrice, però, nel nostro Paese, in un Cie, uno di quei luoghi in cui la disumanità è tendenzialmente superiore a quella dei penitenziari, un migrante moriva di infarto.

Intervista a Marco Revelli: L'Italia di Weimar, tra crisi del capitalismo e suicidio della politica

Il Corsaro ha incontrato Marco Revelli, sociologo all’Università del Piemonte Orientale, scrittore (il suo ultimo libro è Poveri, noi, Einaudi 2010), direttore del Centro Studi Piero Gobetti e figura di riferimento nei dibattiti culturali della sinistra. A novembre sul «Manifesto» aveva detto “bacio il rospo Monti”, riferendosi alla designazione del governo tecnico; un’opinione che gli è valsa diverse critiche, e dalla quale abbiamo preso le mosse per intervistarlo.

Tuttavia, durante l’ora che abbiamo passato con lui non siamo stati in grado di trattenerci. Una serie di temi cruciali per comprendere l’attualità (dal 15 ottobre e lo “stato di salute” dell’antagonismo italiano sino al New Deal di Roosevelt, tanto per fare qualche esempio) hanno attraversato indiscriminatamente la conversazione. Il risultato è un’intervista “originalmente lunga”, che spazia da Berlusconi a Slavoj Žižek passando per Carl Schmitt e Hegel. Un tipo di articolo che sul web capita raramente. 

Nonostante ciò, qui al Corsaro siamo convinti che la realtà non possa essere semplice e semplicisticamente raffigurabile; e che la complessità e la vastità di alcuni ragionamenti meritino l’attenzione tanto della redazione quanto dei lettori. Al fine di agevolare la lettura abbiamo suddiviso l’articolo in paragrafi, nella speranza che il lettore abbia tempo e voglia per cimentarsi con analisi della contemporaneità che meritano uno spazio più ampio dei 140 caratteri dell’era Twitter.

Crisi, diseguaglianza e sorveglianza globale: la reinvenzione del fascismo

Se la libertà è quella di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è la possibilità di uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, qualcosa di grave sta accadendo. È la reinvenzione del fascismo, il potere che passa nelle mani del nuovo “complesso militare-finanziario”

Originariamente pubblicato su Transcend Media Service, Traduzione dall’inglese di Alessandro Castiello D’Antonio per Sbilanciamoci.info)

Le atrocità della Seconda guerra mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.

Susan B. Anthony la 'suffragetta' che non pagò, che gridò giustizia

Il 18 giugno riporta alla memoria la storia di Susan B. Anthony, la suffragetta statunitense che lottò per il diritto di voto alle donne e che osò violare la legge.

Quando nel gennaio 1868, a New York, cominciarono a circolare le prime copie del settimane The Revolution, il motto che seguiva il titolo recitava: "La vera Repubblica- gli uomini, i loro diritti e niente di più; le donne, i loro diritti e niente di meno”. A dirigere quel giornale che faceva storcere il naso ai castigati parlamentari del Congresso, parlando di giustizia sociale e uguaglianza tra i generi e strabuzzare gli occhi agli irreprensibili capitani dello sviluppo a stelle e strisce, battendosi per i diritti degli afroamericani e  per  il suffragio delle le donne, era Susan B. Anthony.

Le crisi del capitalismo democratico

Pubblichiamo qui su Il Corsaro un riassunto dell'ultimo articolo di Wolfgang Streeck (direttore del Max Planck Institute for the Study of Societies), uscito sulla New Left Review di settembre-ottobre (NLR 71/2011). Qui la versione originale.

Per Streeck la crisi economica è una “manifestazione di una tensione... nelle società capitalistiche avanzate; una tensione che che fa dell'instabilità la regola piuttosto che l'eccezione”, e che può essere compresa solo “nei termini di un'intrinseca e continua trasformazione del sistema sociale che chiamiamo capitalismo democratico”. Un sistema sociale complesso e unico nella storia, che agli occhi di Streeck è ormai entrato nell'ultima fase della sua esistenza.

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