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Eternit nasce Interforum, rete internazionale contro i disastri ambientali

Dopo la conclusione del primo grado del ‘processo Eternit’, risoltosi nella condanna a 16 anni di reclusione a Stephan Schmidheiny e al barone Jean-Luis Cartier de Marchienne, alcuni degli avvocati (torinesi e non) protagonisti nell’imbastire la vicenda giudiziaria annunciano la nascita di una rete internazionale di giuristi, esperti tecnici, intellettuali e associazioni delle vittime dell’amianto per la lotta all’industria della morte. L'ONG senza scopo di lucro si chiamerà Interforum e avrà sede a Parigi.

“Amianto e non solo – ha dichiarato stamattina all’Unione Culturale di Torino, in conferenza stampa, l’avvocato Sergio Bonetto – pensiamo, ad esempio, alla tragedia di Bhopal, per la quale ancora non ci sono responsabilità accertate”. Scopo dell’associazione sarà dare una “copertura organizzativa, tecnica, di competenze e copertura a tutte quelle vertenze che tentano di accertare le responsabilità dei disastri ambientali e nel lavoro”. In occasione della presentazione ufficiale di Interforum, in programma il 25/2 a Parigi, si terrà una conferenza con Raffaele Guariniello, il pubblico Ministero che ha curato il processo torinese.

Forse non tutti sanno che il processo Eternit si è potuto svolgere grazie ad un imponente lavoro organizzativo parallelo a quello della procura. Gli avvocati – numerosi e sparsi in tutt’Italia da Napoli a Cavagnolo (TO) - che hanno gestito le quasi 6000 parti civili hanno dovuto ricostruire una vicenda giudiziaria al limite dell’impresa teorica, tentando di inquadrare la strategia industriale dell’Eternit come dolosa – una progettazione economica, cioè, che sapeva di essere nociva per la popolazione ed i suoi lavoratori, ma che nonostante ciò ha perseguito disegni di profitto senza curarsi minimamente delle conseguenze. E’ grazie a questa enorme mole di lavoro – che ha visto impiegati come consulenti esperti di quasi ogni settore, dagli ingegneri ambientali sino ai medici e sociologi del lavoro, producendo una mole di dati e incartamenti amministrativi senza precedenti – che si sono potute raccogliere assieme tutte quelle parti civili che hanno fatto della sentenza sul caso Eternit un vero e proprio episodio della storia industriale europea.

L’Eternit e l’industria amiantiera sono temi che appartengono, purtroppo, al nostro presente. La multinazionale Eternit opera ancora in decine di paesi, e la sua influenza politica ed economica nei paesi d’origine (Belgio e, in minor misura, Francia) è ancora molto forte, nonostante gli stabilimenti siano ormai dismessi (il che, ovviamente, non ha impedito il prolungarsi di migliaia di morti l’anno in Francia, Germania, Svizzera, Canada, Olanda e tanti altri paesi del “primo Mondo”). “Abbiamo un record – ha ricordato Bonetto – esistiamo da poche settimane e il nostro presidente (Jean Paul Teissonniere, n.d.r.) è già stato denunciato dall’Eternit, poiché ha ‘osato’ sostenere che la stessa fosse una multinazionale, cioè che l’Eternit italiana è omologa a quella francese, insomma è la stessa corporation. Almeno questo permetterà l’apertura di un processo penale in Francia!”.

Jean Paul Teissonniere, francese, e Jan Fermon, belga, sono intervenuti a seguito di Bonetto nella presentazione dell’associazione. Entrambi presenti al processo in qualità di spettatori, hanno rimarcato l’estrema importanza della sentenza torinese, che introduce degli elementi chiave nella gestione dei futuri procedimenti sulle condizioni di lavoro e di rispetto ambientale. “È importante – ha detto Teissonniere – che i risultati di Torino non rimangano confinati in Piemonte, ma divengano utili strumenti a livello internazionale… il problema dell’Eternit è un problema globale, del lavoro e dei lavoratori… il ‘metodo torinese’ è un modello da esportare”. All’estero l’Eternit e l’industria amiantiera non sono mai state oggetto di sentenza di colpevolezza penale; addirittura, sia in Francia che in Belgio – e così in molti altri paesi – non esiste alcuna fattispecie giuridica volta a dimostrare che i dirigenti dell’Eternit avessero una qualche responsabilità nella gestione dei loro ‘impianti della morte’. In entrambi i paesi è sempre stata rigettata l’ipotesi che tali disastri socio-ambientali “fossero colpa di qualcuno”, annacquando giuridicamente il principio del diritto al lavoro come attività costruttiva dell’uomo.

“Vi sono due elementi cruciali in tutto ciò – ha proseguito Teissonniere - innanzitutto, la simmetria: le modalità e le condizioni (dei lavoratori e degli impianti) dei casi Eternit sono esattamente le stesse tanto in Francia quanto in Italia, Svizzera, Belgio… e poi le dimensioni: assolutamente congruenti, ovvero tragicamente enormi ma simili in tutti questi paesi. Nonostante ciò questa strategia industriale è criminale in Italia, ma legale in Francia e Belgio… in pratica ciò che in Italia è un crimine, per noi belgi o francesi è semplicemente una causa naturale. Un mistero del diritto.

Una zona d’ombra del diritto che Interforum potrebbe contribuire ad illuminare. Per Bonetto, infatti, “è come rimettere assieme i pezzi di un puzzle: vi sono molti frammenti, che riconducono ad una strategia unitaria di una multinazionale molto importante… pezzi che vanno dalla gestione degli impianti sino allo smaltimento dei rifiuti… molti dei quali vengono tranquillamente trasportati nei paesi del terzo Mondo e lì riutilizzati. Si tratta di dimostrare alle aziende i disastri che stanno causando, e farlo sulla base di prove concrete, che accertino responsabilità penali precise – questa è l’eredità migliore del ‘metodo torinese’ e della sentenza di ieri”.

E’ rimasta impressa in molti l’immagine del vero e proprio pool di avvocati della difesa dell’Eternit, una “schiera in doppiopetto” in prima fila al processo torinese. All’immagine del team di Schmidheiny e de Marchienne, rievocata da un giornalista in conferenza stampa, gli avvocati di Interforum hanno risposto scherzosamente “la differenza tra noi e loro è che siamo molto meno cari, - e proseguendo - soprattutto, diversamente da quelli, non abbiamo una gerarchia; non abbiamo un capo che ci detta cosa fare e cosa non fare. Questa è la nostra più grande risorsa.”

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