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Democrazia e movimenti, una risposta ad Antonio Polito

  • Scritto da  Marta e Simone Fana
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Democrazia e movimenti, una risposta ad Antonio Polito

"Quando l'ingiustizia è legge, ribellarsi è un dovere!" era lo slogan che accompagnava, quel 15 maggio nelle piazze di Madrid, un fiume in piena di cittadini che chiedevano la fine delle politiche di austerità, che avrebbero - e hanno alla prova dei fatti - costretto la Spagna e gli altri paesi periferici della zona euro a subire l'inasprimento della crisi economica e sociale. Quel disagio collettivo che scuote le piazze, le strade, i luoghi del vissuto quotidiano  e che la politica insieme ai suoi opinionisti provano ad addomesticare dentro i salotti televisivi, impegnati in un'operazione che ha gradualmente spostato l'analisi delle cause della crisi all'interno di uno schema interpretativo dove a contare sono i tatticismi interni ai soggetti politici e non tanto le nefaste azioni finora intraprese.

Un gattopardismo a cui non si è sottratta la maggioranza della carta stampata nostrana e in cui Antonio Polito ha mostrato sempre di essere a suo agio almeno fino a qualche giorno fa, quando invece ha gettato la maschera, con l'editoriale del 23 aprile. Un editoriale di poche righe in cui la risata sardonica del giornalista campano ha lasciato spazio al ghigno feroce, passando di fatto da custode dell'ordine e della legalità a istigatore squadrista, amplificatore di impulsi violenti, desideroso di far aumentare la tensione e innescare anche nell'opinione pubblica un clima da caccia alle streghe contro coloro che ancora percepiscono il dovere di rivendicare il diritto a una vita dignitosa.

In quell'editoriale, Polito nega e allo stesso tempo giustifica le violenze mostrate dalle immagini delle manifestazioni del 12 aprile a Roma, così come quelle degli sgomberi alla Montagnola, quando sostiene che "non c’è eccesso di reazione delle forze di polizia [...] che non sia una reazione". Non sazio, esorta ad impedire tout court le manifestazioni, superando lo stesso ministro dell'interno Alfano che ha avanzato l'ipotesi di non permettere le manifestazioni nel centro di Roma. Secondo l'editorialista del Corsera, i cittadini hanno perso il diritto di aggregarsi e manifestare dal momento che finora l'hanno fatto armati di casco, di tute per mimetizzarsi e altri oggetti. Eppure sono sempre le immagini a restituirci frammenti di verità, immagini in cui gli unici identificabili sono proprio i manifestanti, colpiti da agenti in uniforme e senza codici identificativi, così mimetizzati dietro le loro ingiustificabili violenze e una legge che tutt'oggi in Italia non esiste: il reato di tortura; con buona pace di Polito e tutti coloro che seguono il vento della reazione, tuonando contro le manifestazioni di piazza e i movimenti autonomi, in nome di un ordine pubblico costruito a manganellate e calci nel sedere.

È così che davanti ad una classe politica presuntuosamente inadeguata a raccogliere le sfide di giustizia sociale e di democrazia, nel momento in cui gran parte dei sindacati preferiscono una pace formale piuttosto che rivendicare il conflitto in un periodo di crescenti disuguaglianze tra capitali e lavoro, le piazze e le proteste, portate avanti proprio dai movimenti autonomi- che costituiscono almeno in Italia uno degli ultimi baluardi della rivendicazione di un diritto come quello alla casa e al welfare- vengono contrastate senza alcuna remore con la repressione violenta da parte delle forze dell'ordine.

Ma non c'è da sorprendersi  perché coloro che minacciano la scure contro i movimenti costituiscono di fatto gli ingranaggi di una macchina del consenso deviata e controllata dalle lobby industriali e immobiliari, da quegli interessi che negli ultimi decenni hanno alimentato la bolla immobiliare della capitale con il benestare di una vasta classe politica.

Non è un caso infatti, come sottolinea Mastrandrea sul ilManifesto, che il Corriere non abbia aspettato più di un lume per amplificare le già bellicose dichiarazioni di Alfano, così come a chi scrive non sembra una coincidenza che dallo stesso giornale sia partita nell'estate scorsa una campagna denigratoria contro il Teatro Valle Occupato all'indomani delle dichiarazioni di Renzi contro la costituenda fondazione del Valle (mentre dietro le quinte il futuro premier prospettava di affidare il valle a un progetto curato da Farinetti e Baricco).

Quel che preoccupa a chi scrive qui oggi è il ruolo della classe politica che appare del tutto subalterno ai rapporti di forza dominati dai potentati locali per il tramite delle prefetture, come dimostrano i precedenti sgomberi dell'Angelo Mai e dei palazzi di Centocelle, avvenuti all'insaputa del sindaco di Roma come Marino stesso ha dichiarato.

Oggi più che mai allora il monito lanciato a Madrid va accolto come un dovere in un 25 aprile permanente per restituire alla collettività la dimensione pubblica della democrazia alimentata attraverso la redistribuzione verso il basso dei diritti sociali e materiali. Senza mai arretrare davanti alla violenza quotidiana del potere, è nostro dovere portare avanti quella storia di liberazione dichiarandoci e agendo manifestatamente contro tutte quelle leggi che negano giustizia e sviluppo sociale.

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