Nelle viscere del Front. Nuove parole e vecchi slogan dei nazionalisti a Lille dopo il primo turno delle Municipales
- Scritto da Ettore Bucci
- Commenti:DISQUS_COMMENTS
Nove camionette della Police Nationale appostate agli angoli della piazza.
“C'est normal” dice con assoluta noncuranza un giovane poliziotto.
Forse sono abituato male.
Alle 18 del pomeriggio di Lille, un freddo pungente si prepara a coprire la città.
Poco prima avevo visto l'annuncio dell'iniziativa pubblica: alla Salle du Gymnase, in place de Sebastopole –posto centralissimo del capoluogo del Nord Pas-de-Calais – è atteso il neoeletto sindaco di Hénin-Beaumont. Una cittadina con meno di 30 mila abitanti, famosa per il suo bacino minerario e la fortissima presenza di operai. Non è un caso che i sindaci siano socialisti dal 1919.
A fare notizia è, da 48 ore, la vittoria al primo turno delle liste del Front National, con un imponente 50% dei suffragi. L'anziano Eugéne Binaisse, sindaco uscente e candidato di tutta la sinistra, si ferma ad un risicato 32%. A breve il nuovo consiglio comunale di Hénin voterà come sindaco il segretario nazionale del Front, già segretario della giovanile nazionalista nel Pas-de-Calais, Steeve Briois. Briois è atteso per una iniziativa pubblica a Lille con Eric Dillies, che concorrerà come capofila del Front al secondo turno delle elezioni per il consiglio comunale della capitale regionale. Il 30 marzo si decidono i destini di migliaia di amministrazioni locali francesi: da Lille a Marsiglia, passando per Paris, Grenoble, Avignon, Strasbourg, Perpignan e Toulouse. Se venissero confermati i risultati del primo turno assisteremmo ad una forte svolta a destra della Francia. Pessimo preludio alle elezioni europee.
Eric Dillies ha ottenuto oltre il 17% dei suffragi nel primo turno di domenica 23 marzo. Sei anni prima la lista nazionalista aveva conseguito poco più del 5%. Meglio di lui ha fatto solo la sindaco uscente, la socialista Martine Aubry (figlia del celebre Jacques Delors, presidente della commissione UE dal 1985 al 1995) col 34,86% e il capofila dell'UMP, Jean-René Lecerf, col 22,73%. Al primo turno della tornata precedente (2008) Aubry era arrivata al 46%, seguita dal 21% del centrodestra. Da segnalare il dato dell'astensione: solo il 47,4% degli aventi diritto di Lille ha preso parte al voto quest'anno.
Per mezz'ora prima dell'inizio del comizio, gli altoparlanti diffondono note solenni che accompagnano alcuni estratti del discorso di Marine Le Pen. Il salone fatica ad essere riempito: Dillies non è un fascinoso oratore e gli astanti sono, almeno per un terzo, esponenti della “vecchia guardia” lepenista, che Marine ha fatto fuori a livello di dirigenza nazionale solo nel 2011. Da considerare, però, che nella platea di 200-250 presenti, un terzo dei presenti dimostra meno di 30 anni.
Alle 19.07 un baffuto e paffuto ras locale del Front si affaccia nella sala trapelato. Schiocca le dita verso il palco, dove campeggia l'effige della lista “Lille Bleue Marine”: la fiamma tricolore del Front, completata a sinistra dal leone simbolo delle Fiandre e a destra dal giglio bianco, emblema di Francia e della città. “Musique!” ordina, imperioso e sudato.
Eric Dillies, entrato con Briois, sale sul palco e comincia ad arringare la platea con una frase del pregiato ospite: “Bisogna prendere il territorio per prendere il potere”. “Prendre le pouvoir”, è questo il leitmotiv dal 2012 in poi. Curioso. Lo usavano i socialisti negli anni Settanta, fino alla vittoria di François Mitterrand, nel maggio 1981. “Se in 6 anni abbiamo triplicato i nostri voti e i socialisti hanno perso tanti voti quanti ne abbiamo guadagnato noi – dice Dillies – ciò significa che la dinamica dell'avvenire è nel Fronte Nazionale: noi possiamo prendere il potere!”
Lavoro e sicurezza. Sicurezza e lavoro. Su questi punti d'incardina il discorso-tipo del Front. L'obiettivo è la vittoria, attraverso un ballottaggio che diventa sempre più possibile, alle elezioni presidenziali del 2017. Un obiettivo ricorrente anche quando Dillies attacca la sindaco uscente: “il progetto socialista è già morto: avete già perso, madame Aubry!” I frontisti di Lille sono ben consapevoli che la vittoria alle comunali non è possibile. Ecco perché Dillies dichiara pubblicamente che l'obiettivo è la vittoria nel 2020. Come tenersi occupato nel corso dei prossimi sei anni di consiglio comunale, dunque? “Metteremo sulla piazza tutte le magagne e la tacita alleanza fra socialisti e UMP. Sono tutti uguali!” Dove ho già sentito questi discorsi?
Il Front si propone come rassemblement direttamente collegato al “sangue del popolo francese”, di cui intende salvaguardare la sovranità, senza la mediazione dei sistemi di partito. Per questa ragione, socialisti e UMP sono parimenti nemici. Per Dillies la dimostrazione è nella gestione della Comunità Urbana di Lille Métropole, che raduna sindaci e amministratori di 85 comuni del Nord Pas-de-Calais, una delle aree più importanti di Francia. Dalla Métropole dipendono una serie di servizi verso il territorio come la raccolta dei rifiuti, il trasporto pubblico locale, i grandi interventi urbanistici. L'UMP, la “destra repubblicana”, è – secondo i frontisti – rea di non opporsi con concretezza allo strapotere socialista, preferendo la salvaguardia delle proprie nicchie di potere e la gestione di alcuni posti chiave nell'ambito degli enti pubblici dipendenti dalla Métropole. A questi posti chiave farebbe riferimento un sistema clientelare ramificato in tutti i quartieri e che fa leva sulla manodopera a basso costo fornita dall'immigrazione. Questa ricostruzione è resa con un termine molto familiare. “Mafià”.
La ricetta del Front è lavoro e sicurezza, dunque. Bisogna armare la polizia municipale, “costretta” ad osservare lo spaccio di droga da parte di giovani immigrati nella vicina Wazemme – ripeto, dove diavolo ho già sentito questi discorsi?
L'appello finale è esaltante. Per la platea. “Nel 1789 i francesi scelsero un progetto di libertà e responsabilità”. No, la Rivoluzione no. “Ancora oggi, due secoli dopo, è al potere un'aristocrazia senza virtù che governa la vita di tutti i cittadini: decidono per voi dalla sera alla mattina. Il progetto del Front è di un popolo fiero e libero!”. Concludere un comizio frontista con il richiamo alla democrazia diretta è abbastanza illuminante.
Dopo Dillies è la volta di Briois, il quasi-sindaco. Molti minuti sono dedicati alla figura e all'ispirazione di Jean-Marie Le Pen, il “grande vecchio” e presidente onorario del Fronte. Stranamente, nessun minuto è dedicato ai contenuti politici di quell'ispirazione. Briois racconta che, nel nome della sua militanza, ha ricevuto pressioni e intimidazioni. Il Front, proprio nel Pas-de-Calais, cominciava alla fine degli anni Ottanta la sua cavalcata, con percentuali già prossime al 10% ma con quasi nessun rappresentante, causa i correttivi fortemente maggioritari delle leggi elettorali.
Briois conferisce all'impostazione del Front una vocazione anti-sistema: punta il dito contro alcuni nemici dichiarati, le baronie che reggono “in modo mafioso” il sistema politico ed economico del territorio. Nel contesto di crisi, il sistema produce rabbia sociale, catalizzata dalle parole d'ordine del Front, depurate dai tocchi più xenofobi e fascistoidi. “Siamo riusciti a battere un sistema – dichiara colui che ha tolto Hénin alla sinistra dopo quasi un secolo – e il nostro fine è far uscire la Francia dalla crisi”. Una crisi incentivata dall'assenza di una concreta alternanza politica fra socialisti e destra, in cui il Front è unico elemento di cambiamento. Un cambiamento, secondo Briois, cui non possono nulla “i pullman di SOS Racisme venuti da Parigi per intimorire gli elettori” perché “oggi i francesi, anche molti giovani e molti di origine straniera, la pensano come noi: bisogna fermare l'immigrazione!” La vocazione del Front è maggioritaria, finalizzata a premere con forza sul governo socialista sino al 2017, l'anno in cui “può avvenire un elettrochoc”.
I neoeletti amministratori del Front avranno il dovere di dimostrare che, attraverso un'assunzione quotidiana delle responsabilità di governo del territorio, possono offrire una concreta alternativa fondata sulla sovranità assoluta e non-mediata del popolo francese.
“Il Front è il partito del popolo, il partito che vuole salvare la Francia!” urla Briois, mentre la Marsigliese viene cantata a pieni polmoni da vecchi lepenisti e nuovi nazionalisti.
Se c'è una zona della Francia che può rivendicare una storica esperienza di riscossa dei movimenti operai, di cambiamento radicale e governante, quello è il Nord Pas-de-Calais. Lasciate perdere, solo per un attimo, il bel film di Dany Boom. “Chez les Ch'tis” sono sorte le più aspre rivendicazioni sindacali, tacciate di populismo dai notabili, laici e conservatori, dell'Ottocento. All'ombra dei camini delle prime fabbriche i lavoratori transfrontalieri cattolici provenienti dal Belgio hanno incontrato i propri compagni francesi e fiamminghi nelle fabbriche dei tessuti di Fiandra. Nel 1896 Gustave Delory, il primo sindaco socialista eletto in Francia, aveva come obiettivo la riduzione del tasso di mortalità infantile, elevatissimo a causa della produzione -alta, alientante e disumana- nel settore chimico e metallurgico. Fra i sindaci più importanti, dal 1973 al 2001, l'ex sindacalista Pierre Mauroy, primo ministro di Mitterrand fra 1981 e 1984, leader dell'Internazionale Socialista, presidente della Fondazione Jean Jaurés – altro che ItalianiEuropei. Città della partecipazione politica incentivata e sempre forte: in un'epoca di sfiducia e rassegnazione, il 75% degli abitanti sceglie di iscriversi alle liste elettorali – in Francia, come negli Stati Uniti, l'iscrizione alle liste elettorali è volontaria. Ancora nel 2012, al secondo turno delle presidenziali, François Hollande riceveva dalla città più del 62% dei suffragi. Città con altissima presenza di giovani, dove un abitante su cinque è studente. Città della difficile ristrutturazione post-industriale, dove il primo lavoro è quello nella pubblica amministrazione e il tasso di disoccupazione tende ad essere più elevato della media nazionale. Città in cui i capitali tendono a concentrarsi nelle mani di poche famiglie i cui cognomi sono marchi multinazionali: Leclerq, Bonduelle. Il Nord Pas-de-Calais è stato il primo e più importante serbatoio di voti per famiglia Le Pen: già nel 1986, quando Jacques Chirac iniziava la prima coabitazione con François Mitterrand all'Eliseo, i nazionalisti potevano contare su una dozzina di consiglieri regionali. Non è un caso che Marine Le Pen sia stata eletta e sia ancora membro del Conseil Régional, nella tornata del 2010 in cui l'astensione ha superato il 50%. Il Nord è terra di frontiera per vocazione geografica, attrattivo per molti migranti. L'accoglienza e l'integrazione in una società meticcia, dove le famiglie italiane presenti da più di un secolo si mescolano ai cognomi fiamminghi, arranca sempre di più, sotto i colpi della crisi e della sfiducia.
Che i frontisti salvino la Francia o meno, un dato è concreto: oggi, nella disperazione generale, molti francesi – nostri concittadini europei – si fidano di loro.
Articoli correlati (da tag)
- Accoglienza: migliaia senza lavoro dopo le nuove norme Salvini
- Normale di Pisa: dopo le proteste si dimette il direttore
- Marcora in provincia Granda. Le storie della Cooperativa pavimenti e della Pirinoli
- L'Euro è la moneta unica, non l'unica moneta possibile - Intervista al prof. Bellofiore
- Imprese recuperate e un progetto di ricerca militante
Ultimi da Ettore Bucci
- L'Internazionale dell'umanesimo integrale? L'incontro mondiale dei movimenti popolari con il Papa
- Pisa: quella ruspa democratica che abbatte la speranza
- ONU, stage gratuiti: il prezzo della dignità
- Crisi, Grecia, Europa: intervista a Laura Slimani (Young European Socialists)
- Quanti carri armati ha il Papa?
