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Scelta biblica: l'agenda Monti-Ichino sul lavoro, o del tempo che non possiamo permetterci di aspettare

  • Scritto da  Giacomo Gabbuti e Giuseppe Montalbano
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Mario MontiContinuiamo con l'Agenda Monti su lavoro e welfare il nostro viaggio alla scoperta dei programmi delle coalizioni che si presentano al voto del 24 e 25 febbraio in materia di economia, politica economica, occupazione e welfare. Abbiamo già parlato del Movimento 5 Stelle e della coalizione di centro-sinistra Italia Bene Comune.

Dai fiordi norvegesi alle fabbriche di Detroit, l’agenda Monti su lavoro e welfare promette di portare una ventata di modernità e di internazionalità sulla provinciale scena italiana. Una scimmiottatura della flexicurity scandinava, unita ai ricatti padronali imposti nella contrattazione collettiva decentrata modello Marchionne, permetterà finalmente a un mercato del lavoro paralizzato dagli insopportabili privilegi della classe operaia di spiegare le vele.

Le linee programmatiche di politica del lavoro e welfare proposte dalla “Scelta civica” di Monti indicano la riforma Fornero come la prima tappa di un progetto di radicale trasformazione del mercato del lavoro italiano, concepito, secondo i sogni ichiniani di una flessibilità nei rapporti di lavoro dipendente, quale prima condizione di un rilancio della produttività per le imprese, attraverso una lungimirante generalizzazione e revisione al ribasso degli attuali standard in termini di tutele e di reddito. Un abbassamento del potere contrattuale del lavoro che prevede come primo passo la rimozione degli ostacoli posti dalla contrattazione collettiva nazionale, per venire incontro ai manager aziendali e ai sindacati compiacenti, e per favorire una competitività nella corsa europea al ribasso dei salari. “Ciascuno secondo il massimo delle proprie possibilità di forza lavoro, a ciascuna azienda secondo i propri bisogni”: queste le parole d’ordine sulla facciata della nuova società del futuro, meno Big di quanti molti si sarebbero aspettati, ma che ha il pregio di far ballare le proprie élite mentre la nave sta già colando a picco.

Quali i passi per arrivare ai cancelli di questo nuovo Paese, finalmente in linea con gli standard internazionali? In primo luogo, coerentemente, Monti rivendica la piena continuità con le riforme dell’ultimo anno, delle quali si rimarca il portato di modernizzazione, testimoniato dalla celeste corrispondenza d’armoniosi sensi tra i più insigni economisti e giuslavoristi. Menti libere da ogni pastoia ideologica e regressiva, attenti, al punto di aver recuperato solo dopo mesi quei 130mila esodati, lavoratori espulsi dal mercato del lavoro a pochi anni dalla pensione – che avrebbero maturato fra il 2012 e il 2014 – che con l’entrata in vigore della riforma delle pensioni si sono trovati catapultati in una terra di nessuno, senza più stipendio, né pensione in vista per diversi anni, per via di una momentanea distrazione del ministro Fornero e del suo staff: vicenda che il nostro cita addirittura, come se creare problemi e poi metterci una toppa costituisca un successo. Per altro, secondo stime dell’INPS, la stessa sorte spetterà ad almeno altre 250 mila persone che si trovano nello stesso limbo, creato da una riforma che ha guardato così tanto al futuro da aver tralasciato il presente di qualche “manciata” di lavoratori: questi ultimi – incredibile dictu – nell’agenda Monti non compaiono affatto.

Allo stesso modo, il premier uscente rivendica le sue due più grandi conquiste: il superamento della “anomalia italiana” delle pensioni di anzianità e i primi passi nel “superamento” del dualismo nel mercato del lavoro. Per la prima dobbiamo ringraziare tutti, giovani e vecchi: l’introduzione violenta di un sistema contributivo puro premierà i lavoratori precari che, senza una continuità nei rapporti di lavoro e una conseguente continuità nella contribuzione, si ritroveranno a 70 anni con la miseria che avranno potuto mettere da parte. Ma non abbiate timore! Il programma infatti prevede sostanziosi interventi per il cosiddetto active ageing. In cosa consista, lo spiegano per esteso: “chi resta disoccupato, da anziano, dovrà avere un’altra opportunità per rientrare nel mercato del lavoro, potendo contare nel frattempo su un sistema di ammortizzatori sociali che non si limiti ad assicurare un reddito, ma sia funzionale alla promozione di un adeguato re-impiego”. Insomma, non temete: quando perderete il lavoro, ne troverete senz’altro un altro. L’ottimismo è il profumo della vita! Il problema che sembra sfuggire ai tecnici è che, per perdere il lavoro una volta anziani, bisogna essere stati assunti da giovani: ma pretendere che i professori vengano sottratti alle loro fini speculazioni per leggere i dati sulla disoccupazione, giovanile e non, è oltremodo irrispettoso.

Del resto, si legge poco più in basso, “non solo è falso che per dare lavoro ai giovani sia necessario prepensionare gli anziani, ma è vero esattamente il contrario: i Paesi con tasso di occupazione degli anziani più alto sono anche quelli con tasso di occupazione giovanile più alto”. Incredibile a dirsi: in effetti Paesi che non sono in piena recessione, che hanno tassi di istruzione più elevata ad ogni fascia d’età, e che hanno reali sistemi di protezione sociale fanno registrare tassi di occupazione più elevati ad ogni età. Proprio non lo sospettavamo. O vogliono forse, con questa frase, suggerire che la causa della più elevata occupazione giovanile sia proprio l’occupazione degli over 50? Ma certo, a parlare son sempre quelli dell’“austerità espansiva”.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il grande progetto riformatore è solo agli inizi. Il tanto decantato processo che dovrebbe portare al superamento del dualismo nel lavoro, infatti, ha finora al contrario scavato un solco più profondo fra il lavoro dipendente da un lato e la selva dei contratti parasubordinati e del lavoro autonomo dall’altro. Le indennità di disoccupazione introdotte con la riforma Fornero – ASPI e mini-ASPI – non si rivolgono in alcun modo alle 47 tipologie di contratti atipici: riguardano infatti solo il lavoro dipendente, e fanno dell’apprendistato il nuovo modello di lavoro a basso costo per imprese incentivato dallo Stato, su misura per i “giovani” fino ai trent’anni. La stessa copertura del lavoro dipendente è tutt’altro che universale. Si prevedono infatti criteri contributivi molto stringenti per accedere all’indennità ordinaria: 52 settimane di contribuzione negli ultimi due anni e almeno una settimana di contribuzione prima del biennio precedente il momento della disoccupazione, requisito quest’ultimo previsto anche per l’indennità a requisiti ridotti. Sono criteri che escludono, di fatto, i lavoratori più intermittenti e chiunque sia entrato nel lavoro dipendente da non più di 24 mesi (chi trascorresse, ad esempio, tre anni da collaboratore a progetto prima di diventare lavoratore dipendente inizierebbe a essere tutelato 5 anni dopo l’ingresso nel mercato del lavoro). Quanto agli incentivi per le imprese che scelgono di stabilizzare i rapporti di lavoro parasubordinati (o meglio, il disincentivo attraverso l’aumento dell’aliquota contributiva per chi non stabilizza), è stato da più parti notato come, in assenza di un tetto salariale minimo, nulla impedisca agli imprenditori di riversare l’aumento dei costi sulle buste paga dei lavoratori.

Ma ironico e quasi commovente è il tentativo di sostenere l’insostenibile, e cioè che la riforma “ha reso meno rigida la disciplina del licenziamento individuale, senza però abbassare il livello delle tutele contro i licenziamenti discriminatori e immotivati”. Dopo mesi di narrazione sul governo senza paura che aveva finalmente affrontato i “conservatori” e le “ali estreme”, scopriamo in realtà che la paura del licenziamento era… psicosomatica?

Friedman chiama Fornero: there's no such thing as a free lunch! Non si può rendere più facile il licenziamento lasciando intatte le tutele. Delle due l’una: di fatto, l’impossibilità di reintegro ha alterato i rapporti di forza a favore delle imprese. Il licenziamento discriminatorio – anziché essere impossibile – oggi ha un costo “certo”: e l’impresa che può permetterselo licenzierà, accantonando la somma necessaria senza temere la causa di reintegro.

Non è l’unica chicca che offre una lettura, anche superficiale, dell’agile testo, in cui si possono trovare piccole bugie, come la “necessità di aumentare l’età di pensionamento effettiva”, a cui avrebbe dato risposta la riforma delle pensioni, che sarebbe stata giustificata dall’esigenza di “garantire nel tempo l’equilibrio dei sistemi pensionistici pubblici nonostante il progressivo invecchiamento del Paese”.

Sì, bugie: perché un rapporto europeo congiunto dell’Economic Policy Committee (Ageing Working Group), del Social Protection Committee (Indicators Sub-Group), e dei Direttorati Generali della Commissione per gli affari economici e per l’impiego e le questioni sociali, stilato nel 2010, collocava già l’Italia tra i paesi virtuosi. In senso “relativo”, come mostra la tabella di pagina 40, in quanto le riforme già in atto avrebbero implicato, secondo le proiezioni, un aumento di oltre 20 punti percentuali dell’occupazione nella fascia tra i 55 e i 64 anni, secondo solo alla Repubblica Ceca. Ma anche in senso assoluto: a pagina 44, infatti, si mostra chiaramente come l’Italia sia uno dei pochi Paesi per cui il rapporto prevede – incredibile ma vero – una riduzione netta del peso delle pensioni sul PIL.

È vero che, nel 2010, la Commissione non poteva sapere che al governo sarebbe arrivato Mario Monti, e non poteva prevedere gli effetti disastrosi che il suo arrivo avrebbe avuto sul PIL, ma il punto è che gli obiettivi della riforma delle pensioni erano già raggiunti prima che questa fosse attuata – questo almeno ci diceva l’Europa. Ma, lo dicevamo già prima, i tecnici hanno palati troppo sopraffini per sporcarli con i dati.

Seguono poi le innocenti ammissioni: nel programma ci si propone infatti di “rendere più fluido l’incontro tra obiettivi e desideri delle imprese e dei lavoratori e consentire ai singoli individui di cogliere le opportunità lavorative più proficue”. Quello che nel gergo tecnico caro al ministro Fornero si chiama matching, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, è uno dei nodi irrisolti del mercato del lavoro italiano. Le stime sono varie, ma tutte le indagini rilevano come la maggior parte dei neo assunti dichiari di aver trovato lavoro grazie a contatti personali. Questo ha implicazioni importanti non solo per l’entità della disoccupazione, ma anche per la sua “distribuzione”, perché paralizza la mobilità sociale e quello che si ama chiamare “merito” a vantaggio delle reti personali. Il matching, uno dei cavalli di battaglia storici di Ichino, richiede il ruolo attivo di un intermediario (pubblico o privato) che orienti il lavoratore disoccupato, organizzando corsi di formazione per quelle figure professionali richiesti dalle imprese. Quello che però il ministro Fornero dovrebbe spiegarci è perché non abbia realizzato l’unico intervento realmente utile per contrastare la disoccupazione. Un intervento, quello sul matching, che avrebbe goduto di larghissimo sostegno, vista l’incredibile convergenza di opinioni tra Giannino e Camusso sul tema, e che era lecito aspettarsi da un governo di tecnici. Invece, Elsa la lagrimosa ha preferito intraprendere una complessa, ideologica battaglia sull’articolo 18, che ha prodotto tensioni sociali senza risultati in termini di occupazione.

Un’altra ammissione – forse meno ingenua – è la collocazione delle “guidelines per la contrattazione collettiva aziendale” tra le misure pensate per rendere “minore il costo del lavoro”: tana per i vetero marxisti! Pensano forse che il salario sia non “naturale” – come pure insegnano Fornero e co. nei corsi di Labor Economics – ma scaturisca dalla contrattazione? Ma no, ma no, qui si guarda alla Germania!

“La contrattazione in deroga – che in Italia significa restituire alla contrattazione collettiva il ruolo che nell’ultimo mezzo secolo le è stato tolto da una legislazione statuale troppo intrusiva – è diffusa nei principali Paesi europei e ha consentito in molti casi, per esempio in Germania, di rafforzare le relazioni industriali e di farne un elemento determinante  per la ripresa economica”. Peccato che, anche qui, questo raduno di professori universitari non riesca a cogliere come paragonare Germania ed Italia corrisponda, nel caso specifico, a paragonare pere e mele: come rivelano i dati Eurostat, la dimensione di impresa è nettamente diversa tra i due Paesi. In entrambi la “piccola e media impresa” è dominante: ma quando parliamo di “piccolo-medio” in Europa, intendiamo quelle aziende con meno di 250 dipendenti. La figura 4 del documento Eurostat mostra come quasi il 50% delle imprese italiane sia micro, e cioè abbia meno di nove dipendenti (in Germania, queste imprese costituiscono meno del 20% del totale).

Le comiche, forse, arrivano quando si parla del “nuovo welfare”, e, in particolare, di welfare to work: cosa voglia dire questa formula anglosassone nella sua traduzione montiana ce lo ha già illustrato il ministro Fornero, quando non è riuscita a trovare le risorse per i malati di SLA. Del resto, possono lavorare i malati di SLA? No. Quindi, niente welfare. Non fa una piega.

Scorrendo qualche riga, si giunge a uno dei cavalli di battaglia del Senatore Ichino: un “nuovo codice del lavoro più semplice e comprensibile”, in pochi articoli, “traducibile in inglese”. Per carità, nulla in contrario a ogni semplificazione della normativa. Ma al di là del fatto che, lo traducessero anche in arabo, non è di questo che si interessano gli investitori internazionali  (ce lo disse persino Monti) quando si pongono il problema di investire in Italia. Il punto è che c’è sempre più convergenza di vedute, tra gli economisti, sul fatto che la crisi del debito europea e italiana sia causata non dall’entità del debito pubblico (stabile nel tempo per quanto riguarda l’Italia, di entità irrilevante fino allo scoppio della crisi per Irlanda, Spagna e Portogallo), ma dall’andamento delle bilance commerciali tra i paesi dell’area euro: dal debito estero, dunque. Cosa c’entra, direte voi? Il punto è che gli investimenti esteri sono, tecnicamente, debito estero: son soldi che entrano e dovranno essere restituiti – con gli interessi, o il ritorno atteso. Anche qui, ci stupisce che tutti questi professori non conoscano l’economia internazionale, o che si illudano che gli investimenti esteri siano un free lunch, soldi gettati dall’aeroplano.

In termini politici, fare della semplificazione normativa del mercato del lavoro e della flexicurity il cardine del rilancio della produttività, attraverso un’accelerazione della tendenza al ribasso dei salari che renda più appetibile li nostro Paese al banchetto degli investitori internazionali, significa rinunciare in partenza e su basi ideologiche all’elaborazione di una nuova politica industriale, alla definizione strategica del cosa produrre e come, puntando alla valorizzazione delle piccole e medie imprese e alla ricerca come premesse di un’innovazione tecnologica ed eco-sostenibile.

Si finisce in tragedia, probabilmente, guardando a come l’Agenda affronta il ruolo delle donne nella società. Più che la detassazione del lavoro femminile, chiarisce bene quale ruolo i centristi abbiano in mente per le donne il passaggio su “un piano nazionale per l’offerta di un servizio qualificato di assistenza alle persone non autosufficienti, che al tempo stesso attivi una nuova domanda e una nuova offerta di lavoro retribuito femminile”. Suore e crocerossine, in pratica. Si potrebbe persino rispolverare le Piccole Italiane, che ne dite? Del resto, il problema è culturale: “La società tende a non offrire modelli femminili positivi”! Anche su questo sono previse misure concrete.

Tornando seri, i montiani propongono un piano per gli asili nido: ma, specificano, non necessariamente pubblici. Si bada al sodo qui, e dunque “possono anche essere privati-convenzionati”, anche se “il pagamento della retta va stabilito sulla base del reddito del nucleo familiare”. Ma come, interferiamo addirittura con il mercato e il libero fluttuare dei prezzi? Lo Stato dice al privato quando costa l’asilo? Giannino vieni a noi, Monti è diventato stalinista...

Come sempre, l’agenda Ichino-Monti lascia spazio per un dulcis in fundo: in chiusura lancia addirittura un “piano per l’occupazione giovanile”, d’eco camussiana. Ma visto che c’è la crisi, e qua si è seri ed austeri, anziché il dolce si propone, sobriamente, la frutta. Il “piano” consisterebbe in:

  • “un servizio di orientamento scolastico e professionale;
  • una opportunità di apprendistato e/o lavoro favorita da sgravi fiscali, o di addestramento, formazione on the job, indirizzata verso le centinaia di migliaia di posti di lavoro che in Italia restano permanentemente scoperti per mancanza di persone con le attitudini richieste; 
  • dove possibile, una opportunità di assistenza per avviare un’attività lavoro autonomo o un’impresa”.

Non c’è che dire: tutte misure di rapida applicazione, che incideranno da subito sulla drammatica situazione dei giovani alla frutta. La soluzione montiana al problema della disoccupazione giovanile suona quanto mai keynesiana: “nel lungo periodo – mentre noi facciamo finta di attivare uno stage – saranno tutti morti. O comunque, non più giovani”.

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