Come funzionerebbero le leggi elettorali proposte da Matteo Renzi
- Scritto da Lorenzo Zamponi
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Matteo Renzi
Il nuovo segretario del Pd ha imposto una decisa accelerazione, almeno apparentemente, al dibattito sulla legge elettorale. Matteo Renzi parla da mesi di "sindaco d'Italia" e di difesa strenua del bipolarismo. E ora, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimi due aspetti del Porcellum, mette sul tavolo tre diverse proposte. Nella sua "eNews" di oggi ha scritto: "doppio turno come i sindaci, modello spagnolo con premio di maggioranza e circoscrizioni piccole, rivisitazione della legge Mattarella con premio di maggioranza al posto del recupero proporzionale". Tre proposte "molto diverse l'una dall'altra" ma "tutte e tre garantiscono governabilità, alternanza, chiarezza". Insomma, tutte e tre sono fortemente bipolariste e maggioritarie, con inclinazioni diverse nei confronti del presidenzialismo. Vediamo come funzionerebbero.
Ricapitoliamo: nella scorsa primavera la necessità di riformare la legge elettorale in modo da non tornare a votare col Porcellum era stata tra le ragioni pubbliche della formazione del governo Letta. Nei mesi successivi, invece, l'iter della riforma era stato rallentato proprio per non infastidire il governo, in un circolo vizioso che sembrava destinato a non finire mai. La necessità di accontentare i due maggiori partiti di governo (Pd e Pdl) aveva fatto sì che la discussione sulla riforma fosse avviata al Senato, dove i rapporti di forza sono equilibrati (mentre alla Camera il Porcellum ha regalato una maggioranza bulgara all'alleanza Pd-Sel, che si trova ad avere più del doppio dei deputati di Pdl e M5S avendo preso solo poche decine di migliaia di voti in più). Ma a cavallo tra novembre e dicembre due eventi hanno profondamente modificato la situazione: Forza Italia è passata all'opposizione, privando quindi Berlusconi di qualsiasi potere di ricatto nei confronti del governo, e la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali due elementi del Porcellum (l'assenza di preferenze e il premio di maggioranza senza alcuna soglia minima), trasformandolo di fatto in una normale legge proporzionale, simile a quella in vigore in Italia tra il 1946 e il 1993 e a quelle in vigore nella maggior parte degli stati europei (Germania, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Danimarca, ecc.).
Se sei mesi fa si è dato il via al governo Letta perché si riteneva inutile tornare a votare con la stessa legge elettorale, che in ogni caso non avrebbe garantito una maggioranza netta e omogenea in entrambe le camere, a maggior ragione nessuno, e in particolare non il Pd, vuole andare a votare ora con una legge proporzionale. E senza il ricatto delle elezioni anticipate, il segretario del Pd Matteo Renzi non ha praticamente nessun'arma per condizionare il governo. Né nessun modo per andare al governo da solo in futuro, obiettivo sul quale è basato il suo intero percorso politico.
Per questo ha bisogno di far approvare in fretta una legge elettorale, che sia il più possibile maggioritaria. Peccato che nessuno tra i modelli oggi disponibili in Europa o comunque sperimentati nelle democrazie moderno sia in grado di assicurare la maggioranza assoluta in solitaria in entrambe la camere a un partito delle (limitate) dimensioni del Pd. E così Renzi si è dato alla creatività, elaborando, nello stesso stile che ha dato all'Italia 20 anni di leggi elettorali complesse e pasticciate, tre proposte, che il segretario del Pd ha brevemente illustrato in una lettera aperta ai leader degli altri partiti. Vediamole.
Il modello "ispanico"
I. Riforma sul modello della legge elettorale spagnola. Divisione del territorio in 118 piccole circoscrizioni con attribuzione alla lista vincente di un premio di maggioranza del 15% (92 seggi). Ciascuna circoscrizione elegge un minimo di quattro e un massimo di cinque deputati. Soglia di sbarramento al 5%.
La legge elettorale spagnola, già oggetto di forti critiche in patria, è un sistema proporzionale praticamente privo di sbarramenti espliciti (c'è solo uno sbarramento del 3% nei due collegi più grandi, cioè Madrid e Barcellona), ma nel quale la presenza di molte piccole circoscrizioni (sono 52, con una media di 6,7 deputati da eleggere in ognuna) e l'utilizzo del sistema D'Hondt per la ripartizione dei saggi generano di fatto uno sbarramento implicito e sovrarappresentano molto i partiti grandi a danno di quelli più piccoli. Alle elezioni di due anni fa, ad esempio, il Partito Popolare, con il 44,63% dei voti ha preso il 53% dei seggi, mentre la Sinistra Unita, con il 6,92% dei voti, ha preso solo il 3,1% dei seggi. Insomma, il sistema spagnolo è il più maggioritario tra i sistemi proporzionali presenti in Europa, e normalmente basta arrivare al 44 o 45% dei voti per governare da soli, altrimenti si devono fare delle alleanze in parlamento. Questa soglia deve sembrare troppo alta a Renzi, che quindi ha proposta una versione molto più maggioritaria di quella presente in Spagna: 118 circoscrizioni invece che 52, con il risultato di avere in media 4,5 deputati da eleggere in ognuna, e di conseguenza uno sbarramento implicito che potrebbe superare il 20%. Una mannaia per tutti i partiti tranne Pd, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle, a cui si aggiungerebbe poi il premio di maggioranza del 15%, per rendere più probabile che si arrivi, in qualche modo, ad avere una maggioranza in parlamento. Insomma, si tratterebbe di una versione maggioritarizzata di un sistema già di per sé piuttosto maggioritario, che, nelle condizioni attuali, assegnerebbe la maggioranza dei seggi in parlamento al partito, tra i tre maggiori, in grado di raggranellare qualche migliaio di voti in più degli altri. Ciononostante, resta tutto da dimostrare che ciò basterebbe a permettere a un partito di governare da solo con la maggioranza assoluta (in Spagna è successo solo 4 volte su 11, con un premio sarebbe successo 11 volte su 11). Resterebbero, inoltre, sia le liste bloccate sia il premio di maggioranza, bocciati dalla Corte Costituzionale, a meno che, per quest'ultimo, non si fissi una soglia minima.
Il Mattarellum rivisitato
II. Riforma sul modello della legge Mattarella rivisitata. 475 collegi uninominali e assegnazione del 25% dei collegi restanti attraverso l’attribuzione di un premio di maggioranza del 15% e di un diritto di tribuna pari al 10% del totale dei collegi.
La legge Mattarella, in vigore tra il 1993 e il 2005, prevedeva l'attribuzione del 75% dei seggi attraverso collegi maggioritari uninominali e del 25% attraverso un propozionale di lista senza preferenza. Renzi propone di riadottare questa legge ma riducendo la quota proporzionale solo al 10%, in modo da utilizzare il restante 15% come premio di maggioranza, esattamente come nella proposta "ispanica". Ancora di più che nella proposta precedente, si tratta della versione maggioritarizzata di un sistema maggioritario (il premio di maggioranza, molto raro nelle democrazie avanzate, è un tipico tentativo di rendere più maggioritari i sistemi proporzionali, e non si ha notizia, al mondo, di un sistema maggioritario con in più un premio di maggioranza), e nonostante questo non è assolutamente detto che ciò basti, nelle condizioni attuali, ad assicurare a un solo partito la maggioranza assoluta. Anche in questo caso, inoltre, resterebbero le difficoltà di compatibilità con la sentenza della Corte Costituzionale, oltre che ovviamente le difficoltà già vissute negli anni del Mattarellum: la logica dei collegi maggioritari a turno unico, infatti, incentiva la formazione di coalizioni ampie ed eterogenee, in cui i partiti si spartiscono i candidati tra i vari collegi nel tentativo di battere l'avversario. È così che è stato eletto il parlamento del 1996, ad esempio, quello dei 4 diversi governi di centrosinistra in 5 anni.
Il modello a doppio turno di coalizione
III. Riforma sul modello del doppio turno di coalizione dei sindaci. Chi vince prende il 60% dei seggi e i restanti sono divisi proporzionalmente tra i perdenti. Possibile sia un sistema con liste corte bloccate, con preferenze, o con collegi. Soglia di sbarramento al 5%.
La proposta ricorda quella avanzata un anno fa dal politologo Roberto D'Alimonte, e depositata in parlamento qualche mese fa da un gruppo di deputati di Pd e Sel. Rispetto al Porcellum, resterebbero le coalizioni e il premio di maggioranza, ma sarebbero modificati i due punti segnalati dalla Corte Costituzionale: tornerebbero dopo 20 anni le preferenze e il premio di maggioranza, se nessuno raggiungesse il 40% nazionale, verrebbe assegnato tramite un ballottaggio.
Anche in questo caso si tratterebbe di un sistema unico al mondo e anche in questo caso si tratterebbe della versione maggioritarizzata di un sistema già fortemente maggioritario (quello francese). A differenza delle due proposte precedenti, questo sistema (e anche in questo senso sarebbe l'unico al mondo) garantisce automaticamente, per legge, la presenza di una maggioranza assoluta in parlamento, a prescindere dal risultato elettorale. Con questo sistema, anche un partito del 25%, come il Partito Democratico, Forza Italia o il Movimento Cinque Stelle, potrebbe governare da solo con una maggioranza bulgara (60%) in parlamento. Esattamente come succede nei Comuni, dove è piuttosto frequente che con poco più del 20% dei voti si possa governare indisturbati per 5 anni. Restando l'architettura del Porcellum, inoltre, potrebbero restare anche le coalizioni pre-elettorali tra liste diverse (anche queste uniche al mondo) e gli sbarramenti differenziati per favorire chi sta in coalizione: in questo modo Pd e Forza Italia potrebbero continuare a tenere in totale subalternità piccoli partiti come Sel o Fratelli d'Italia, utili per esternalizzare alcune delle posizioni più radicali e coprire una determinata fascia di elettorato più identitario, ma costantemente ricattabili perché, se cacciati dalla coalizione, troverebbero uno sbarramento più alto e rischierebbero quindi di finire fuori dal parlamento. Insomma: il problema non è eliminare i partiti piccoli, ma fare in modo che restino tali e non possano mai svilupparsi come alternativa reale a quelli grandi.
Se dovessimo scommettere, diremmo che la proposta preferita di Matteo Renzi è senza dubbio la terza, quella cucita su misura per lui e per il suo partito. Si tratta però di un azzardo: pochi mesi fa, la coalizione Pd-Sel ha preso poche decine di migliaia di voti in più rispetto a quella guidata da Silvio Berlusconi e al Movimento Cinque Stelle, e si sa quanto in fretta possa cambiare il vento in Italia. Davvero Renzi, pur di poter ambire a una maggioranza blindata senza dover scendere a patti con nessun altro, è disposto a rischiare di regalare una maggioranza del 60% a Berlusconi o a Grillo, che si ritroverebbero quindi a un passo dal Quirinale e dalla possibilità di poter cambiare la Costituzione a piacimento senza neanche dover passare per un referendum? Davvero la democrazia italiana è così stabile da permettere un tale livello di azzardo e un tasso di distorsione della volontà popolare sconosciuto nell'Occidente democratico? Davvero, in un momento in cui, in tutta Europa i partiti maggiori, in particolari quelli coinvolti nel governo della crisi economica, perdono consenso, credibilità e capacità rappresentativa, ciò di cui abbiamo bisogno è un sistema che, unico in Europa, attribuisca loro in maniera del tutto artificiale maggioranze bulgare che non hanno riscontro nella società? Davvero un governo senza ostacoli di un partito del 25% sarebbe un governo forte ed autorevole, in grado di affrontare le sfide complesse del nostro tempo?
Ci permettiamo di dubitarne e di richiamare l'attenzione sulla pericolosità di far partire il dibattito sulla legge elettorale da queste proposte e in particolare dal presupposto che la legge elettorale debba assicurare, per forza e a prescindere, maggioranze assolute. La crisi di consenso, legittimità e capacità rappresentativa che i partiti in Europa stanno affrontando non si risolve con l'ingegneria elettorale, ma con la riforma della politica. Le spinte autoritarie che si diffondono in Europa e in Italia non vanno sottovalutate. Allontanare ancora di più le già deboli istituzioni rappresentative dalla volontà popolare difficilmente le renderà più solide.
