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DIAZ, perché vederlo e cosa bisogna sapere

  • Scritto da  Simona Ardito e Claudio Riccio
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g8 il vero sangue alla scuola diazGenova al centro del mondo. Genova che ospita i grandi della Terra, Genova invasa da migliaia di persone che affermano l'illegittimità di quel vertice. Genova sorvolata dagli elicotteri, blindata dai cancelli, colorata dai cortei: voi g8, noi 6 miliardi.

Sono passati più di dieci anni. Sono passati nel silenzio, con la rabbia per quella repressione, per l'ingiustizia, per l'impunità, per le promozioni di chi diresse quelle operazioni, per la morte di Carlo Giuliani, per la vergogna della Scuola Diaz e per le torture di Bolzaneto.


Quelle vergogne e quelle torture sono al centro del film di Daniele Vicari Diaz – don't clean up this blood, uscito ieri nelle sale di tutta Italia e presto distribuito anche in Inghilterra e Irlanda, Germania, Francia, Romania, Belgio, Olanda, Svizzera tedesca e Brasile. Negli Usa Diaz verrà presentato a giugno al Seattle International Film Festival, nella città emblematica in cui tanto di quel movimento ebbe inizio.

I fatti: la sera del 21 luglio 2001 – Carlo era morto da poco più di 24 ore – poco prima di mezzanotte il VI Reparto mobile della polizia di Stato fa irruzione nella scuole Diaz, Pertini e Pascoli, divenute centro del coordinamento del Genoa Social Forum e sede del Mediacenter, massacrando i manifestanti che vi dormivano. 61 feriti, uno di loro in coma e tre in prognosi riservata, 93 manifestanti messi in stato di fermo senza alcuna accusa specifica e tradotti nella caserma di Bolzaneto, dove subiscono ulteriori violenze, torture. L’assalto viene motivato con la presunta aggressione subita da un mezzo di polizia nel corso del pomeriggio nei pressi della scuola. Due molotov (che si scoprirà essere state portate all’interno della scuola da un agente, su ordine dei suoi superiori), insieme a qualche casco e ad alcune aste di metallo sfilate da uno zaino da escursione, verranno presentate ai giornalisti per giustificare l'aggressione.

Sui dettagli Vicari, che abbiamo intervistato ieri, è estremamente preciso: ad esempio il viaggio del sacchetto con le molotov, dal ritrovamento in corso Italia dopo gli scontri del mattino ai passaggi di mano tra i vari esponenti delle forze dell’ordine nel cortile della Diaz, è tratteggiato minuziosamente. Ma questa precisione, che è la forza del film, ne diventa però anche il limite, nel momento in cui Vicari, pur attenendosi scrupolosamente alla ricostruzione delle carte processuali, nei passaggi più brutali quasi si trattiene, forse temendo di risultare caricaturale.

Chi invece conosce la vicenda processuale e le testimonianze sa che non è in quei momenti che il regista si è preso licenze cinematografiche. Ci teniamo a ribadirlo: la mattanza della Diaz non è finzione, i personaggi non sono inventati: il giornalista massacrato già fuori dal cancello della scuola ha un nome e un cognome, i due ragazzi trascinati fuori da uno sgabuzzino per i capelli sono reali, è reale la ragazza tedesca lasciata in una pozza di sangue, è reale perfino il “calcetto” che uno dei poliziotti (nel film chiamato Max Flamini, interpretato da Claudio Santamaria) le dà col piede per capire se è ancora viva.

Anche solo per questo, pur al netto dei molti limiti della ricostruzione storica e giudiziaria della vicenda, Diaz è un film da vedere e da far vedere. Perché ha il merito di raccontare una storia che troppi in questo Paese hanno dimenticato, e lo fa diretto come un pugno nello stomaco. Per la prima volta entriamo davvero nella scuola e nella caserma di Bolzaneto, per la prima volta vediamo quelle violenze.

Le licenze narrative del regista sono altrove. Anzitutto nella descrizione del Genoa Social Forum, il movimento dei movimenti, rappresentato come un'armata Brancaleone, disorganizzato e spensierato, un gruppo di "frikkettoni" che sottovaluta i black bloc e non sa bene cosa fare nelle situazioni più critiche. L'obiettivo è forse quello di mostrare come tra le vittime della Diaz ci fossero tantissime persone normali, ma ad uscirne penalizzati sono i contenuti di quello straordinario movimento che, come dimostra la crisi di questi anni, aveva ragione nelle critiche e nelle proposte.

Soprattutto però il film sorvola sulle responsabilità politiche della repressione genovese, come hanno segnalato Vittorio Agnoletto in un intervento sul Manifesto, e ancor meglio Enrico Zucca (sostituto procuratore generale a Genova e pubblico ministero nel processo Diaz) e Lorenzo Guadagnucci (giornalista che quella notte era all'interno della Diaz) in un'intervista ad Altreconomia

Vedendo il film senza una conoscenza minimamente approfondita dei fatti sembra di avere a che fare con un gruppo di mele marce, e non con una operazione studiata e ponderata i cui responsabili erano ai vertici della polizia e sono ancora lì; anzi, sono stati tutti promossi, tranne il vice capo vicario della polizia Ansoino Andreassi, che per aver scelto di non partecipare all’operazione della Diaz ha visto la sua carriera stroncata.

Gianni De Gennaro, oggi capo dei servizi segreti, e Antonio Manganelli, oggi capo della polizia, ebbero un ruolo cruciale in quelle vicende, ma questo dal film non emerge. Non emerge il ruolo di Gianfranco Fini, all'epoca vicepremier, e oggi ritenuto uno statista, e che in quelle giornate era nella sala operativa della Questura di Genova; non si racconta che l'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli andò a fare visita alla caserma di Bolzaneto, nelle stesse ore in cui i manifestanti erano detenuti e torturati con una violenza inaudita che il film ben racconta.

La rabbia, terminata la visione del film, è tanta. Per quelle ingiustizie, e per il silenzio di chi ha voluto nascondere quel che successe in quelle giornate. Troppi sono stati gli assolti, troppi i promossi, troppe le ferite, ma almeno Daniele Vicari con questo film regala un po' di luce su una delle vicende più buie della storia italiana.

Leggi anche: Intervista a Daniele Vicari, regista di 'Diaz': 'Il mio film fa parlare i fatti'

 

le immagini della vera irruzione alla scuola Diaz

 

le testimonianze delle torture nella caserma di Bolzaneto

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