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Il cesarismo e la linea d’ombra della partecipazione: come ricostruire un’alternativa politica?

  • Scritto da  Vincenzo Romania
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Il cesarismo e la linea d’ombra della partecipazione: come ricostruire un’alternativa politica?

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questo contributo al dibattito di questi giorni su futuro e orizzonti della sinistra italiana da Vincenzo Romania, Prof. associato in Sociologia dei Processi Culturali, e coordinatore del circolo SEL di Padova.

Linea d’ombra di Joseph Conrad racconta la storia di un marinaio inglese che lascia la sua imbarcazione a Singapore, per ritornare in patria, alla sua vecchia vita. Prima di ripartire per la madrepatria, riceve però l’incarico di comandare una nave rimasta senza capitano nella rada di Bangkok. Il giovane non si chiede in che condizioni si trovino la nave e l’equipaggio, ma accetta per lo sconfinato fascino che ha in lui il comando. La nave non raggiungerà mai la sua destinazione: la febbre decimerà l’equipaggio e la completa assenza di vento bloccherà per molti giorni l’imbarcazione in un fiume che il capitano aveva deciso di attraversare, senza considerare fino in fondo la fattibilità del tutto e senza aver ottenuto il consenso del suo equipaggio. Alla malattia si aggiungerà la sfiducia dei marinai, già in passato abituati a capitani autoritari e non autorevoli. Sarà solo superando la linea d’ombra delle proprie pretese che il giovane comandante di comando riuscirà a riportare la barca in porto, grazie all’aiuto di un cuoco molto pratico e alla decisione di metterci le proprie mani, come un marinaio qualsiasi.

Al di là delle molteplici, possibili, interpretazioni psicologiche e letterarie del romanzo, l’immobilismo e la linea d’ombra del capitano senza equipaggio sono metafore perfette per comprendere la situazione attuale di molti partiti italiani. Abbiamo tanti comandanti sensibili più all’esercizio del proprio ruolo che alla salute della propria nave. E i partiti – anche a sinistra – soffrono di una malattia che decima il loro equipaggio, cioè i militanti.

Questa malattia si chiama cesarismo. Antonio Gramsci lo definiva come: «la soluzione arbitrale, affidata a una grande personalità, di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica». Una situazione che in termini thatcheriani si presenta come priva di alternative: there is no alternative. Nel suo senso originario riguarda quindi l’emergere delle leadership di tipo carismatico, per dirla alla Weber, nelle situazioni eccezionali di crisi. In tali contesti, i novelli Giulio Cesare si presentano come essenzialmente altri rispetto a chi li ha preceduti. Non a caso, molti di loro sposano una retorica anti-casta. Ciò accomuna, ad esempio, i principali esponenti contemporanei del cesarismo nei partiti italiani: Matteo Renzi e Beppe Grillo, epigoni di un fenomeno che ha visto Berlusconi come pioniere della generazione politica precedente. Il cesarismo contemporaneo è, infatti, chiaramente il prodotto di quella personalizzazione della politica, che in Italia comincia con Mani Pulite e che produce una trasformazione regressiva del dibattito politico nella sfera pubblica mediatizzata. La retorica anti-casta è invece ben più antica: in era repubblicana la si ritrova già nelle vignette che Giannini usava per propagandare L’Uomo Qualunque.

La catastrofe di cui parlava Gramsci non necessariamente precede, ma più spesso consegue proprio il carattere arbitrale della leadership: il carisma eleva così in alto il capo, da far fuggire piano piano la base. E’ in pratica ciò che è accaduto di recente al Pd in Emilia-Romagna, ma anche ciò che sta per accadere al Movimento 5 Stelle, visto il fuggi fuggi dei parlamentari, le recenti spinte secessioniste di Pizzarotti e la «mancanza di vento» che ammoscia il movimento dei meet-up.

Nei partiti a sinistra del Pd, se non si assiste a un fenomeno di cesarismo vero e proprio, non si assiste neanche, compiutamente, alla realizzazione del suo antidoto perfetto, ossia la partecipazione. O meglio, i tentativi di partecipazione che hanno avuto luogo in passato (da Fabbrica in avanti), e che si sta tentando di replicare attualmente, non rifuggono da due errori capitali: l’incomunicabilità ontologica fra comandanti, marinai e passeggeri; la rinuncia dei partiti come strutture alla propria funzione di guida.

Si prenda ad esempio il tentativo che sta facendo Sel, in questo periodo, di riunificare la sinistra – da Civati a Rifondazione, passando per i movimenti – attorno alla piattaforma di Human Factor. A differenza di Podemos in Spagna, la discussione pubblica prevista per questi giorni parte da un programma già ampiamente compilato, per quanto negli intenti integrabile e rivedibile; da uno statuto, non ancora pubblico, che prevede già come creare e rinnovare i circoli e da un manifesto pesantissimo per qualsiasi lettore, suddiviso in quattro capitoli. Basti citare un passaggio del suo preambolo: «Il suo giro d’orizzonte sul mondo si esaurisce nella contingenza del presente, sempre dentro e nei dintorni del potere come esso è, mai andando più in là, fuori e distante, nel mondo grande e reale e dentro la sua nuova complessità». Si tratta di una retorica che ricorda da vicino le discussioni di Žižek con Butler e Lacan sul rapporto fra politica e contingenza e che difficilmente può attirare un profano della politica, per quanto scolarizzato e attivo egli possa essere.

Se Grillo aveva avuto l’astuzia di organizzare una rete attorno al proprio carisma e Podemos l’arguzia di connettere, in pochi mesi, la rete, con il territorio e la televisione, con Human Factor, come fu l’allora Sinistra Arcobaleno, apparentemente non si fa altro che riunirsi sotto una sigla diversa per parlare, sempre e comunque a un pubblico di militanti già attivati, in arene politiche pochissimo vicine alla vita quotidiana della gente. Non si parla a quel Mario o quell’Anna cui retoricamente si rivolge Renzi, e non si cerca neanche, come sta facendo Iglesias in Spagna, di contrastare l’egemonia liberistica del discorso televisivo. Ci si trova, come in Linea d’ombra, a un confronto fra capitani che suonano il violino e che conducono la propria nave su rotte già decise da una parte e a marinai che muoiono di febbre, o di fame, senza essere ascoltati fino in fondo, dall’altra, invitati a ballare un valzer, prima che la nave affondi.

Al contrario, per creare un antidoto al cesarismo renziano e grillino bisogna rafforzare, una volta per tutte, le pareti della nave-assemblea-partito. E’ solo ispirandosi agli esperimenti basati sul metodo deliberativo civico che si può dare alle assemblee la forza di legittimazione dei propri leader, superando quell’incapacità di produrre leadership legittimate al di fuori dei congressi nazionali, che finora ha contraddistinto la vita politica della galassia post-comunista in Italia. La vera svolta avverrà quando i partiti sceglieranno sul serio di dissolvere le proprie strutture, presentandosi ai cittadini con documenti scarni e diretti, basati su pochi punti valoriali irrinunciabili; lasciando alle assemblee pubbliche la possibilità di scegliere autonomamente il proprio statuto.

Un compagno, pochi giorni fa, mi ha obiettato: «Beh e allora quale dovrebbe essere il valore aggiunto dei partiti?» La mia risposta è stata: «organizzare un senso politico attorno a battaglie, bandiere, valori, bisogni comuni, rinunciando al proprio ego e lavorando, civicamente, per la costruzione di spazi di prossimità aperti e trasparenti». Le variabili fondamentali, in questo processo, sono il tempo e l’atteggiamento. Bisogna non avere fretta e bisogna mettere in discussione la propria capacità di ascoltare e di farsi capire. La politica non deve scomparire ma integrarsi nella vita quotidiana dei cittadini, rendendo ognuno, secondo le proprie possibilità, partecipe del cambiamento.

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