Menu

Deprecated: Non-static method JSite::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/templates/gk_news/lib/framework/helper.layout.php on line 181

Deprecated: Non-static method JApplication::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/includes/application.php on line 536

Tornare in piazza, appunti per una stagione di lotte

Tornare in piazza, appunti per una stagione di lotte

Questo articolo è tratto dal numero 1 dei Quaderni Corsari. 

Scarica oppure sfoglia la versione integrale dei quaderni.

C’è una domanda che molti si pongono in Italia come all’estero: come fare a mettere in campo una risposta conflittuale ed efficace nel silenzio devastante dell’Italia postberlusconiana? Siamo in un’Italia attraversata da pulsioni di insofferenza che però non riescono a trasformarsi in sentimenti di critica e azione, e così l’azione devastante del governo Monti viene accompagnata da una unanimità del silenzio e della inazione. 

È ormai terminata la luna di miele degli italiani con il governo dei professori – che gode comunque di un ampio consenso specialmente al netto delle politiche antisociali portate avanti – ma salvo piccole o grandi battaglie territoriali non vi sono state vere mobilitazioni di piazza. 

È palese l’esigenza di riaprire una stagione di lotte nel nostro Paese, ma il rischio concreto è che ciò non avvenga se non si individuano i punti nodali dell’attuale apatia italiana.  I tecnici sono diventati “i primi della classe” nell’Unione Europea nell’attuazione di politiche di rigore. La perseveranza con cui vengono portate avanti politiche antisociali con chiari effetti recessivi è impressionante, e i 10 mesi di Monti sono paragonabili per l’Italia a quel che fu la Thatcher per l’Inghilterra, senza neanche la battaglia e la sconfitta dei minatori, dato che qui da noi la partita non si è neanche disputata. 

In queste settimane prima che si entri nel vivo dell’autunno si leggono molte ipotesi di lavoro, appelli, editoriali, ma tutti sembrano essere caratterizzate da un limite: tutti guardano esclusivamente a parzialità, tematiche o territoriali. Beni comuni, saperi, precarietà, ambiente, o battaglie ancor più specifiche, vengono presentate come LA lotta centrale. Ovviamente tutti poi si pongono l’obiettivo di allargare il ragionamento all’opposizione generalizzata alla crisi, ma ciò non diviene obiettivo principale, ma solo in via subordinata ad altro. 
Invece l’esigenza centrale oggi è di mettere a sistema un fronte di opposizione alla speculazione finanziaria, ai governi asserviti ai mercati che ne consentono la “dittatura”, e alle conseguenze sociali dell’austerity, ovvero alla crescente povertà. 

La crisi in realtà altro non è che un saccheggio, il più grande processo di sottrazione dei ricchezza dal basso verso l’alto della storia del capitalismo. Dinanzi a ciò gli effetti da un punto di vista dei comportamenti sociali sono tra i più differenti, ma quello dominante è la paura.  Il rischio fallimento, con la Grecia che viene usata come monito per i popoli, più che per i governi, degli altri Stati europei, porta in molti alla rassegnazione. Il motto della lady di ferro inglese diventa, per la maggioranza dei cittadini e per la quasi totalità delle forze politiche, cruda accettazione della realtà: TINA, ovvero “there is no alternative”. 
Ma le alternative ci sono, l’austerity è solo il modo per sprofondare di più. Alcune di queste possibili risposte – quantomeno di breve e medio periodo – sono descritte in questo numero dei Quaderni Corsari, e di certo “tifiamo default” non è una proposta valida, sia per chi si pone il tema di tutelare milioni di persone dall’aggravarsi delle condizioni sociali, sia per chi ha l’obiettivo del consenso attorno alle proprie lotte.  Il default, aldilà delle valutazioni più strettamente economiche che non vengono affrontate in questo articolo, fa paura. La crisi fa paura, il default fa terrore, e come si sa il terrore e la paura sono potenti strumenti di disciplina sociale nelle mani del potere statale ed economico. 

È necessario spezzare questa catena di paura, perché la sola rabbia (che comunque oggi ancora non si palesa davvero) non è sufficiente e rischia solo di produrre una spirale rancorosa senza via di uscita, serve invece riaprire spazi di speranza rifiutando l’austerity e il senso di colpa per il debito di cui molti hanno scritto. Gli anni ’90, con Amato e Ciampi prima e Prodi poi, con la loro cultura per cui è “socialmente giusto” tenere i conti in ordine, uniti all’emergere della crisi, hanno provocato un pericolosissimo slittamento nell’opinione pubblica – anche di quella di sinistra – che ha finito per legittimare l’austerity, ovvero la macelleria sociale. Se non si riusciranno a scardinare tali logiche qualunque rivendicazione sociale che comporti spesa pubblica verrà semplicemente accantonata con il più classico dei “non ci sono soldi”. 
Non sarà possibile infatti condurre alcuna battaglia parziale che comporta oneri per lo Stato senza rompere questa catena che ci vincola e che impedisce un largo consenso attorno a una qualunque di queste vertenze, piccole o grandi che siano. Per questo serve abbandonare le parzialità e ricominciare dallo sviluppare il senso di quel “noi la crisi non la paghiamo” del 2008, che a detta di Naomi Klein è stato anticipatore dei movimenti Occupy. 

Al contempo è necessario proseguire sulla strada dell’elaborazione concreta di alternative a questo modello economico e produttivo, mettendo al centro il rapporto tra occupazione, redistribuzione, ambiente e salute, come ben evidenziato in altri contributi presenti in questo primo numero dei Quaderni Corsari.  In molti sono ancora troppo permeati della logica, tutta provinciale, dell’anomalia italiana. I “nostri” limiti sono, infatti, tanto legati – ovviamente – ai postumi del berlusconismo, quanto ai postumi dell’antiberlusconismo. 
Lo svuotamento del dibattito politico è andato di pari passo con quello del dibattito pubblico, e con esso anche la distanza tra dibattito di movimento e società italiana si è andato ampliando, lo scollamento della rappresentanza politica non è, infatti, caratteristica che attiene solo ai partiti. Non sempre, ma spesso, tale distanza ed incapacità di coinvolgimento riguarda anche settori ampi dell’opposizione sociale. 

Un ulteriore lascito del berlusconismo è una provinciale insistenza sulla dimensione nazionale, unita ad una ormai priva di senso ossessione del palazzo. Così come settori della sinistra politica guardano all’ingresso in parlamento come ad un obiettivo e non come ad uno strumento, “dimenticando” l’indebolimento sostanziale dei Parlamenti nazionali nella gestione dei processi economici, allo stesso modo i movimenti non hanno ancora superato l’ossessione inversa e speculare dell’assedio al palazzo. Nonostante nelle proprie analisi ormai tutti riconoscano lo svuotamento di senso e ruolo di Camera e Senato legato tanto ai processi internazionali quanto alla corruzione e delegittimazione degli stessi parlamentari, resta ricorrente l’invito a grandi mobilitazioni nazionali per assediare l’uno o l’altro ramo del parlamento, quando invece servirebbe uno sforzo tutto territoriale di lavoro quotidiano nei luoghi di studio, di lavoro, nella città, e una mobilitazione coordinata sui territori, capace di coinvolgere decine, centinaia di migliaia di persone e di sedimentare, dando una prospettiva più lunga di un solo autunno. 

Quel che sfugge è che si replicano meccanicamente percorsi di “costruzione” di movimenti spesso inadatti alla fase attuale, quasi seguendo un impianto fordista “appelli-assemblee-grande manifestazione nazionale-fine” senza rendersi conto che siamo in una fase profondamente diversa. 

Bisogna infatti considerare che l’arretramento nel dibattito pubblico negli ultimi vent’anni e la perdita di punti di riferimento e orizzonti ideologici verso cui tendere erano stati compensati dall’individuazione del nemico: Berlusconi, la sua azione di governo, il suo stile becero e sprezzante nei confronti delle istituzioni. Il passaggio da Berlusconi a Monti ha fatto saltare questo punto di riferimento, che consentiva – unitamente ad altri elementi – una altissima capacità mobilitante. La ricostruzione di un’opposizione sociale in Italia passa anche e soprattutto dalla definizione non solo di orizzonti di speranza e di possibilità, obiettivi concreti per cui lottare, ma anche di un “nemico” comune.  Tale “nemico” non può però essere un individuo, o un simbolo. Serve ricostruire un discorso pubblico di qualità, comprensibile ed efficace, che resista ai cambiamenti dello scenario politico. Tale “nemico” non può che essere individuato nelle politiche di austerità e nel saccheggio di risorse pubbliche, del welfare e dei beni comuni, che i mercati finanziari, complice la politica del pensiero unico, stanno conducendo. Obiettivo deve essere invertire i rapporti di forza, offrire un’alternativa alle logiche neoliberiste e ai rigurgiti nazionalisti, razzisti e populisti con cui alcune destre europee rispondono alla crisi, contrastare con forza il Fiscal Compact e questa Europa. 

Una lotta contro l’austerity non è evidentemente possibile senza una forte dimensione europea ed internazionale, sia in termini effettivi (di relazione, coordinamento, azione) che in termini di cornice generale. Per questo servirà fare un forte salto di qualità nella stagione che si potrebbe aprire in queste settimane, abbandonando parzialità tattiche e tematiche e la presunzione di superiorità nei confronti di quei movimenti che nell’ultimo anno hanno prodotto importanti risultati in Paesi storicamente meno conflittuali del nostro. 

Si smetta quindi di dire che storicamente siamo un Paese conflittuale e che tra il 2008 e il 2010 i movimenti italiani hanno anticipato i movimenti Occupy, troppo spesso guardati con presunzione di superiorità all’interno delle “organizzazioni di movimento” italiane, si smetta di dire che abbiamo vinto i referendum e che a Genova avevamo ragione. È ormai da un anno che è cambiato tutto, siamo passati a una fase ancor più elevata della “guerra alla società”. Al bando tatticismi e nostalgie. Serve lucidità e determinazione. È tempo di andare all’attacco.

Ultima modifica ilMercoledì, 23 Ottobre 2013 10:07
Torna in alto

Categorie corsare

Rubriche corsare

Dai territori

Corsaro social

Archivio

Chi siamo

Il Corsaro.info è un sito indipendente di informazione alternativa e di movimento.

Ilcorsaro.info