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Nicola Tanno

Nicola Tanno

Milano, vigile uccide cileno. De Corato (PdL): ‘Solidarietà alle forze dell’ordine’.

Un cittadino cileno è stato ieri ucciso da un colpo di pistola sparato dai vigili urbani di Milano. La vittima, Valentino Gomez Cortes, 29 anni, sarebbe stato colpito a seguito di un inseguimento. La sparatoria è avvenuta a Crescenago, nei pressi del Parco Lambro.

Secondo il racconto dei due agenti coinvolti, Gomez e un suo amico erano stati protagonisti di una rissa in un bar della zona. Dopo l’arrivo dei vigili i due sarebbero immediatamente fuggiti su una Seat Leon blu con targa spagnola. Nei pressi di via Crescenzago, all'altezza del palo luce 43, i due fuggitivi avrebbero abbandonato l’auto e proseguito la loro corsa a piedi cercando di dileguarsi nel parco. A quel punto uno dei due uomini avrebbe estratto un arma e l’avrebbe puntata contro l’agente. È a quel punto che il vigile avrebbe sparato ripetutamente colpendo, tuttavia, l’uomo disarmato, Valentino Gomez, il quale si trovava nella traiettoria del proiettile. Il ragazzo è deceduto poco dopo all’Ospedale San Raffaele. Ascoltato dal pubblico ministero Roberto Pellicano, il vigile è ora accusato di omicidio per eccesso colposo di legittima difesa.

Mentre si attendono ulteriori notizie e chiarimenti su questo fatto di cronaca, vi è chi ha già emesso la propria sentenza di assoluzione. L’ex vice-sindaco e deputato del PdL Riccardo De Corato ha difeso l’operato dei due vigili e ha accusato la giunta Pisapia di essere responsabile di aggressioni continue contro le forze dell’ordine. «Queste aggressioni - secondo De Corato - sono possibili perché Pisapia e l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli hanno disattivato quella rete di sicurezza composta da militari, polizia e carabinieri, dai volontari della sicurezza, tutti smantellati dall’attuale giunta».

[Letture corsare] Nazionalismi e sinistre tra Catalogna, Scozia e Euskadi: storie di un malinteso irrisolto

p-nacionalismosNazionalismo e sinistra, un binomio perlopiù fonte di tensioni ed equivoci, specie quando si tratta di movimenti secessionisti europei. Grande solidarietà verso i popoli del Tibet, il Kurdistan e la Palestina, ma se a reclamare maggiore autonomia sono catalani, baschi o scozzesi subentra un imbarazzo che porta la mente dritta a Pontida. In Italia il problema è particolarmente accentuato dalla presenza del secessionismo “padano” ma si tratta di una questione antica, che mise in difficoltà gli stessi Marx ed Engels, che divise Lenin e Luxemburg e che ancora oggi non vede un’analisi comune tra i movimenti progressisti internazionali.

 Il laboratorio iberico

Lo scenario spagnolo è quello che meglio descrive questa tensione e che è ben descritto da due testi di recente uscita: “Los nacionalismos, el Estado español y la izquierda" di Jaime Pastor e "L’ascia e il serpente" di Adriano Cirulli, quest'ultimo ntervistato di recente dal Corsaro. Pubblicato da Viento del Sur, il testo di Pastor presenta la cornice teorica di questo binomio e la sua manifestazione nel caso spagnolo. Nel primo capitolo vengono presentate le fondamenta teoriche di concetti come nazione, federalismo e autodeterminazione, mostrando un pluralismo di interpretazioni che a seconda dei casi hanno fatto leva sul territorio, la lingua, la cultura o sulla volontà popolare. Quando ad occuparsi del tema sono stati poi i teorici del movimento operaio la questione si è complicata: le lotte nazionali indeboliscono o rafforzano le lotte sociali? Una domanda a cui, secondo l’autore, Marx risponderebbe contraddittoriamente spinto da un lato ad unire il proletariato sotto la stessa bandiera, e dall’altro ad appoggiare le lotte di resistenza nazionali, una contraddizione che di fatto ha accompagnato la sinistra in tutta la sua storia.

Da Togliatti a Napolitano, il realismo subalterno della sinistra

giorgio napolitano gianni agnelliLa scelta del gruppo dirigente del PD di siglare un patto di governo con il PDL ha lasciato interdetti tanto i militanti quanto gli osservatori indipendenti. Ci si è chiesti come sia stato possibile disattendere in maniera tanto evidente il mandato assegnatogli dagli elettori al punto da allearsi con colui che veniva tacciato come un pericolo per la democrazia. Vi è chi, citando Hannah Arendt , ha sottolineato il disprezzo che le classi politiche nutrono verso i propri elettori. Altri hanno correttamente ricondotto le alleanze tra gli schieramenti principali a un sintomo della governance europea al tempo della crisi: così come in Grecia, dove governano assieme socialisti e conservatori, anche in Italia sarebbe nato un esecutivo costituito dalle forze disposte ad attuare pedissequamente le politiche imposte dalla BCE e dal capitale internazionale lasciando alle forze anti-sistema il ruolo dell’opposizione. Vi è poi chi, nel tentativo di giustificare la decisione dei vertici del PD, si è appellato a Palmiro Togliatti. In un’intervista al Corriere della Sera Giuliano Amato, criticando i deputati che hanno contestato l’accordo, ha affermato che ciò che manca “è un po’ di togliattismo”. Michele Prospero, sull’Unità, ha rincarato la dose : “Dallo straordinario edificio barocco che era il Pci, con le sue cerimonie, i suoi riti, i suoi selettivi percorsi di carriera, le sue sorveglianze e promozioni si è precipitati alla selezione della (anti) classe politica con curricula, provini, autopromozioni.” E ancora: “senza il paradigma togliattiano niente Repubblica dei partiti, [...] e niente classi dirigenti costruite con un elevato senso dello Stato ma solo incompetenza abissale in nome però dell’etica dell’anti-inciucio".

Il ritorno di Berlusconi e la sinistra ossessione apolitica

In tanti si disperano per l'ennesima discesa in campo di Silvio Berlusconi eppure poche voci hanno sottolineato il vero effetto salutare determinato dalla sua (breve) uscita di scena. Per qualche mese si è tornato a parlare di politica. Certo, gli effetti nefasti dell'austerità non sono stati arrestati, ma c'è da dire che per la prima volta dopo tanti anni l'attenzione delle persone è stata rivolta a organismi come la BCE o i mercati, abbandonando l'impostazione provinciale a cui eravamo abituati.

 

Rajoy, i minatori e il torpore spagnolo

 

“L'effetto Europei è già finito” scrivono sorpesi i giornali spagnoli. Come se un effetto del genere fosse mai esisitito. Lo affermano nei giorni in cui la Spagna ripiomba nel panico, cedendo quella parte di sovranità sui propri bilanci la cui conservazione era stata tanto decantata nei giorni scorsi da Mariano Rajoy. Il primo piano di salvataggio delle banche iberiche rappresentava un'accusa precisa alla politica e alla finanza spagnola, ma i giornali conservatori l'avevano presa diversamente: “successo di Rajoy”, “noi non siamo la Grecia”, “siamo la quarta economia europea” e finache “noi non siamo l'Uganda”, come affermato con orgoglio dallo stesso Presidente del Governo in un messaggino inviato al Ministro dell'Economia. E così, anche la vittoria agli Europei di calcio della nazionale spagnola – in un paese in cui il nazionalismo e questo sport sono trattati come delle religioni – era stata vista da qualche editorialista come possibile rimedio ai mali del paese, come se lo spread e il tasso di disoccupazione evolvessero a seconda delle giocate di Iniesta.

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