Giustizia ambientale, sociale ed ecologica: scenari, proposte e sfide per superare la crisi
- Scritto da Giuseppe De Marzo - Portavoce Associazione A Sud
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Pubblichiamo un'interessante riflessione che Giuseppe De Marzo, portavoce dell'Associazione A Sud, economista, attivista, giornalista e scrittore, ha scritto nello scorso dicembre per il secondo numero dei Quaderni Corsari, rivista di approfondimento autoprodotta che nasce da una costola de ilCorsaro.info, e disponibile gratuitamente online. Nel secondo numero abbiamo scelto di affrontare la questione ambientale. Leggete online o scaricate gratis il secondo numero della rivista: "Pensare ecologico: i limiti del pianeta e il nostro futuro". A distanza di un paio di mesi dalla pubblicazione del Quaderno, vi riproponiamo questo articolo, consapevoli che, in uno scenario in parte mutato, nodi come quelli posti in questo articolo rimangano del tutto irrisolti.
Nelle ultime settimane, alcuni eventi hanno raccontato meglio di altri il livello della crisi e il suo intreccio in Italia, in Europa e nel mondo, imponendoci una riflessione più profonda sul momento che stiamo vivendo. Prima ancora di definire il nostro orizzonte, abbiamo infatti la responsabilità di partire dalla situazione reale, analizzando gli scenari possibili. Cambiare la nostra condizione ci impone di fare i conti con quello che c’è, così da capire meglio quello che manca e, soprattutto, quello che vorremmo per il nostro futuro. I fatti in questione sono l’ultimo rapporto dell’OCSE, la crisi di Taranto con la protesta disperata dei lavoratori, il report della Banca Mondiale che conferma l’aumento della temperatura in questo secolo superiore ai 4°C ed i tagli alla sanità in Grecia che hanno portato fuori dal sistema sanitario 1,2 milioni di cittadini europei.
Partiamo dal primo accadimento. Il 27 novembre scorso l’OCSE ha presentato il suo rapporto economico (OECD Environmental Outlook to 2050: The Consequences of Inaction) nel quale dipinge un futuro a tinte fosche per il nostro paese. Le previsioni macroeconomiche dell’OCSE prevedono una crescita del debito pubblico e del deficit che rende «necessaria un’ulteriore stretta dei conti pubblici per intraprendere il cammino di riduzione del debito come previsto». Parliamo di un rapporto debito pubblico/PIL stimato al 127% nel 2012, al 129,6% nel 2013 e addirittura al 131,4% nel 2014. L’OCSE sostiene come le misure di austerità del governo Monti abbiano indebolito la domanda interna e i consumi privati siano scesi al tasso minimo mai registrato dalla seconda guerra mondiale. Guerra e crisi per la prima volta pericolosamente sovrapposte, e per di più senza alternative in grado di scartare questa drammatica eventualità.
Il debito italiano continua ad aumentare e, se lo spread è diminuito nel corso del 2012, lo si deve alla scelta netta del governo Monti di garantire grandi banche internazionali ed i loro crediti nel nostro paese. Le agenzie di rating, le banche, le grandi corporation e la finanza internazionale hanno avuto la certezza di poter contare su Monti e sui suoi sostenitori per imporre politiche di austerità per le classi medie e popolari, continuando ad esternalizzare sulla società i costi della crisi ed a privatizzare i guadagni.
Il secondo avvenimento ineludibile è quello che negli ultimi mesi vede esplodere non solo a Taranto la questione “lavoro contro salute pubblica”. Due temi che ci vengono presentati come non più ricomponibili stanno lacerando il paese tra chi sostiene le ragioni del lavoro e chi quelle della salute pubblica. Ma come siamo arrivati fin qui? Evidentemente dopo 40 anni di politiche industriali ed energetiche sbagliate. La vicenda di Taranto è emblematica di tutta la storia industriale del paese. Non abbiamo una politica industriale ed energetica da oltre vent’anni perché la politica l’ha “generosamente” consegnata a tecnici, manager, rentier, finanzieri, speculatori, come se questi fossero i custodi dell’interesse generale del paese. Lavoratori contro lavoratori, comunità contro lavoratori, governo contro magistratura sono alcuni degli effetti drammatici che scaturiscono dalla vicenda, che andrebbe letta in termini nazionali e internazionali, non certo locali. La politica è stata purtroppo afona anche su questo aspetto, impaurita e timida con le grandi imprese ed arrogante e vessatoria con i cittadini. Ma soprattutto incapace di prendere decisioni che ai più sembrano ovvie: garantire il diritto al lavoro, la bonifica della città, la riconversione industriale della fabbrica, un processo rapido per i fautori del disastro, la nazionalizzazione della fabbrica e il congelamento dei beni dell’imprenditore che si è arricchito illegalmente e alle spalle della salute di cittadini e lavoratori. Avviene anche negli Stati Uniti, ma da noi di decisioni giuste e di buon senso che sappiano garantire l’interesse generale non c’è nemmeno l’ombra. Quale prospettiva dunque per il sistema industriale e per il mondo del lavoro? Per il ministro Passera dobbiamo scavare il mare per trovare il petrolio e trasformarci in un hub del gas. Non vi è traccia di qualsiasi altra possibilità che non sia tornare alla saga dei petrolieri, condannata dalla storia e dall’evidente crisi ecologica globale, definita la più grave minaccia per l’umanità proprio dai principali governi del Nord del mondo. A questo punto la domanda giusta da porci è: le politiche di sviluppo devono garantire la crescita dell’occupazione e della qualità della vita dei cittadini, oppure esse sono un fine in quanto tale che invece consente di continuare ad espandere l’accumulazione e la concentrazione del modello capitalista? Giustizia e sostenibilità ecologica delle produzioni e dei consumi sono il terreno sui cui a nostro avviso misurare l’efficacia delle politiche di sviluppo.
E qui passiamo all’altro avvenimento di questi giorni, l’annuncio shock contenuto nel report della Banca Mondiale sui cambiamenti climatici. Dopo scienziati, movimenti, ONG, adesso persino la Banca Mondiale, tra i protagonisti in negativo delle vicende che relative allo stato dell’ambiente, è costretta ad ammettere la tragedia con cui stiamo facendo già i conti, ma che rischia di trasformarsi in una catastrofe nei prossimi anni. È la stessa Banca ad affermare che un aumento di almeno 4°C in questo secolo equivarrebbe a un evento devastante per la razza umana. Ad esempio, sull’Italia la Banca Mondiale ci dice che il clima di gennaio nei prossimi decenni sarà quello di agosto del 1999, se non invertiremo immediatamente la rotta. Una denuncia che equivale a un’ammissione di colpa per tutti questi anni e decenni buttati. La sostenibilità diventa il perno di qualsiasi progetto che voglia definirsi efficace e utile per tutti e tutte.
Infine, l’ultimo dei tasselli di questo drammatico puzzle: la crisi senza fine dei nostri cugini greci. La troika – FMI, Commissione europea e BCE – ha imposto altri tagli al settore sanitario, con l’effetto di privare del diritto alla salute 1,2 milioni di cittadini greci. Le conseguenze sono devastanti. Centinaia di migliaia di persone costrette a fare file chilometriche per ricevere la carità da ONG internazionali di medici impegnati a somministrare farmaci a quanti non hanno soldi o un contratto per garantirsi la salute. Una selezione classista insopportabile, che separa i meno fortunati dal diritto e dalla democrazia sta offrendo al mondo, dalla culla dell’Europa, immagini che avevamo visto solo nei paesi impoveriti del Sud, vittime di guerre e di governi ostaggio del potere delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie internazionali come appunto la Banca Mondiale. Immagini che ci apparivano lontanissime sono oggi scene quotidiane del continente nel quale si erano affermati il welfare state ed i diritti sociali. Tutto questo dovrebbe interrogare il sistema nella sua complessità.
Questi quattro avvenimenti apparentemente slegati ma in realtà profondamente intrecciati sono la cifra del fallimento del modello liberista e descrivono la crisi della democrazia rappresentativa. Cosa dovremo aspettarci quindi? Continueranno a chiederci sacrifici, in nome delle necessità di bilancio e dei nuovi vincoli imposti al paese. Gli interessi sul debito aumenteranno insieme alla quantità di miliardi necessari per rispettare gli impegni internazionali del fiscal compact. In nome delle compatibilità, continueremo a subire tagli ai nostri diritti, alle spese sociali, a quelle sanitarie. Nessun investimento per la messa in sicurezza del territorio e delle nostre comunità, nessuna difesa dei beni comuni, nessuna miglioria, troppo cara da sostenere, alle scuole e agli ospedali pubblici. Nessun intervento per sostenere il lavoro e il reddito di cittadinanza, considerate utopie del passato. C’è da aspettarsi allo stesso tempo una stretta securitaria e nuove repressioni per le proteste e le lotte che continuano a moltiplicarsi insieme a ingiustizie e discriminazioni. In Europa la crisi si acuirà, con il rischio, in assenza di strumenti di partecipazione democratica, di una deriva già segnalata dall’abbandono del diritto al voto di una parte maggioritaria del corpo elettorale. Nel mondo la crisi ambientale continuerà a mietere vittime e a produrre danni economici enormi. La green economy potrebbe essere l’ennesimo cavallo di Troia del modello liberista che sta cercando di finanziarizzare la crisi ecologica affidando ai privati la risoluzione del problema, facendo leva sull’impossibilità degli Stati di intervenire in tempi di recessione economica.
La situazione fotografa le due grandi emergenze che colpiscono l’Italia, l’Europa e il resto del mondo: la crisi sociale dovuta all’aumento della diseguaglianza e la crisi ecologica dovuta a un modello produttivo insostenibile socialmente e incompatibile con i limiti del pianeta. Si moltiplicano ingiustizie e ricatti economici che misurano il livello di discriminazione presente nelle istituzioni educative, nelle fabbriche, nelle abitazioni, in agricoltura, nel mondo del lavoro. Viviamo vecchie e nuove forme di razzismo che spostano i rischi e i pesi sulle persone più povere, sulle comunità più svantaggiate, su quelle che non possono partecipare alle decisioni, sui lavoratori più deboli. Le discriminazioni che subiamo sono manifestazioni di razzismo istituzionale.
Dobbiamo tornare a mettere la giustizia al centro di qualsiasi prospettiva di cambiamento, legandola in maniera indissolubile alla sostenibilità ecologica. Una necessità che ci viene ricordata anche dall’UNDP, l’agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite, che insieme a decine di centri di ricerca e accademie scientifiche ha ampiamente dimostrato il legame tra l’aumento delle diseguaglianze e la distruzione ambientale. Vi è una relazione diretta tra modello di sviluppo, distruzione dell’ambiente e aumento della povertà. L’idea propagandata a piene mani a partire dagli anni ’90 ed evidentemente ancora dominante nel nostro paese, del “cresci adesso e preoccupati dopo di poveri ed ambiente”, ha prodotto la crisi e conduce l’umanità alla catastrofe.
Per superare la crisi dobbiamo mettere al centro delle scelte politiche la necessità di arrivare alla giustizia ambientale, sociale ed ecologica. Questo significa democratizzare lo sviluppo, utilizzandolo per garantire lavoro, difesa dell’ambiente e partecipazione democratica alle scelte. Lo strumento per farlo è la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. L’ambito è evidentemente il territorio, sul quale i rapporti di forza possono essere ancora sovvertiti se metteremo insieme la necessità di giustizia e l’urgenza della sostenibilità, senza lasciare nessuno indietro. Questo compito così urgente e necessario non può oggi essere svolto da chi ci governa, né da chi rappresenta forme vecchie della politica, incapaci di garantire partecipazione reale attraverso il confronto sulle grandi questioni del nostro tempo. Il cambiamento può arrivare grazie ai movimenti, alla società civile organizzata, alle forze sociali, ai comitati di cittadini, ai lavoratori impegnati a difendere insieme lavoro e comunità, alle reti studentesche. Questa galassia di soggetti ha davanti a se una sfida storica che non può essere persa, vista la posta in gioco, ma dovrà farlo in forme nuove, tematizzando la politica e non chiudendosi su se stessa. A partire da questi soggetti la politica ha speranze di rigenerarsi, restituendo forza e sostanza alla democrazia.
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