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Orlando. L’odio che non osa dire il suo nome

  • Scritto da  Luca Mistrello
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Orlando. L’odio che non osa dire il suo nome

A una settimana dalla strage che ha colpito la comunità LGBTQ di Orlando, la più grande sparatoria fatta fin’ora ad opera di un singolo negli USA, le ipotesi, le attribuzioni, le indiscrezioni e le interpretazioni continuano ad emergere, tratteggiando in maniera inquietante non solo la genesi di quell’atto ma anche il contesto e le modalità con cui viene narrato.

Un singolo elemento comune unisce tuttavia tutti gli attori di questa vicenda. Tanto Omar, quanto la sua famiglia, l'isis e coloro i quali hanno attribuito questa strage all'Isis. Chi ha irriso o ha sottovalutato quanto è successo si accomuna con i capi religiosi, i leader politici e personaggi pubblici che compiangono le vittime in maniera indistinta o ipocrita. Ne è parte anche chi preferisce alimentare la pantomima dello scontro tra culture, tra islam e modernità, tra oriente e occidente (salvo poi trattarsi per l’ennesima volta del caso di un debole che uccide il più debole).

Le frasi di cordoglio dei personaggi pubblici e delle autorità si sono divise su più fronti, da chi ne ha approfittato per sferrare un attacco all’Islam, ai migranti, e alle politiche di inclusione (Bitonci), a chi ha espresso vicinanza e solidarietà alla comunità LGBTQ (Obama). Nel mezzo galleggiano affermazioni molto generiche, come quelle di Renzi, Mattarella, Papa Francesco, o Vladimir Putin. Non mi soffermerò sul coro violento di chi più o meno esultava perché una cinquantina di pervertiti non respirava più la loro stessa aria, ma appena sono cominciati a emergere dettagli e ipotesi sulla meccanica e sui moventi della strage non si sono fatte aspettare dichiarazioni nello stile «se la sono cercata» come quelle dell’avvocato Taormina, restituendoci egregiamente l’affinità che esiste tra la libertà di baciarsi in pubblico o manifestare per i propri diritti per gli omosessuali e la libertà di indossare una minigonna, girare per strada da sole, o lasciare il fidanzato che possono avere le donne.

In confronto ad altri eventi tragici a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, il tepore delle reazioni collettive nei social network è stato imbarazzante. Al Je suis Charlie, Je suis Bruxelles non è seguito in maniera altrettanto massificata un Je suis Orlando o un Je suis gay. Anzi per molti il rifiuto di etichettare la strage e le vittime come omosessuali è stato presentato come un segno di rispetto. «Erano tutti esseri umani» si è scritto. E questo è vero: diversi di loro erano eterosessuali e cisgender, ma sono morti anche loro perché quella sera erano in una discoteca gay. E perché esiste una discoteca gay? Perché tutte quelle persone LGBTQ erano in quel locale e non altrove? Perché lì si sentivano al sicuro.

È questo il motivo per cui tutti i membri della comunità LGBTQ si sono sentiti colpiti al cuore in un modo che forse dall’esterno è difficile capire. È per questo che dare il nome e il significato giusto a quella strage è per noi così importante e complesso. Omettendolo si rischia di fare quello che si fa quando una donna viene uccisa per la gelosia o l’ossessione violenta di un uomo chiamandolo semplicemente omicidio o delitto passionale, anziché femminicidio. Siamo tutti esseri umani è vero, ma ci sono delle differenze, e alcune persone vengono oppresse e perseguitate per quelle differenze, e a volte odiano sé stesse per via di queste differenze, tanto da tentare di tutto per cancellarle.

«Tocca a Dio punire gli omosessuali, non ai suoi servitori». Queste sono le parole di un padre che a poche ore dalla strage ha raccontato che il figlio era rimasto indignato alla vista di due uomini che si baciavano per strada. Da allora il ritratto di Omar Mateen si è arricchito di dettagli spesso contrastanti, nato e cresciuto negli Stati Uniti, era figlio di immigrati afghani. Pare che avesse promesso fedeltà all’Isis, ma anche ad Hezbollah e ad Al-Qaeda, tre organizzazioni che di fatto sono in guerra tra di loro. Sembrava che anche in termini di Islam fosse piuttosto ignorante, secondo i suoi famigliari non era particolarmente religioso. Faceva la guardia giurata e secondo i suoi colleghi oltre ad essere omofobo era anche razzista.

Tuttavia quella che racconta il padre non era certo la prima volta che Mateen vedeva due uomini baciarsi, da tre anni frequentava il Pulse, e alcune chat di incontri gay, e conosceva personalmente alcune delle vittime. Quindi sembra che fosse egli stesso gay o bisessuale. Era gay, ma era cresciuto odiando e nascondendo questa parte di sé, imparando che era qualcosa che meritava una punizione divina, e assimilando il peggio dell’Islam radicale e del machismo tossico americano, in una ossessione malsana per le armi e per la violenza.

Questo atto terroristico solitario sembra costruito per inscenare un attacco contro l’imperialismo americano e l’occidente: dai piani condivisi con la moglie, alla chiamata alla polizia per giurare fedeltà all’ISIS, fino alla scelta improvvisa di concedere la grazia ad alcuni afro-americani perché «non aveva problemi con loro, avevano già sofferto abbastanza». Peccato che ne avesse già uccisi diversi, tra cui la vittima più giovane, Jason di 19 anni. Che senso aveva colpire l’imperialismo occidentale uccidendo 50 persone per lo più latine e afro-americane? Perché colpire il Pulse e non un luogo frequentato da bianchi, perché progettare poi un attacco a Disneyland pur sapendo che ragionevolmente non sarebbe sopravvissuto a questo atto? Perché il Pulse era il luogo che frequentava da tre anni, era la prova della sua omosessualità, del suo vizio da estirpare e purificare con un atto di redenzione violenta, un sacrificio che però doveva essere dissimulato e sublimato verso un movente e un’ideale più alto.

Sembra che Omar Mateen sia riuscito egregiamente in questo proposito, ce lo dimostra l’Isis che non ha perso occasione di rivendicare il gesto, ce lo dimostrano i peggiori esempi dei leader politici xenofobi internazionali che hanno chiesto subito misure più restrittive di difesa contro il nemico islamico, ce lo dimostrano le condanne generiche alla violenza.

Non vedo grande differenza quindi, negli aspetti psicologici, tra questa strage e tanti omocidi che sono avvenuti anche nel nostro paese, quelli che una volta venivano imputati al «sordido ambiente omosessuale». Credo che l’Isis in questo caso abbia fornito solo un modello da emulare, che ha purtroppo determinato il numero allucinante delle vittime, e ad armare l’assassino è stata invece la cultura delle armi, la facilità con cui negli Stati Uniti è possibile procurarsi un fucile mitragliatore. Ma ad alimentare la sua violenza e la sua follia è stata la cultura dell’odio per il diverso, l’omofobia, il sessismo e il machismo. E in questo sono responsabili tanto gli Imam quanto le Chiese cristiane, tanto i politici xenofobi quanto quelli che non fanno nulla perché una cultura serpeggiante della violenza venga curata e prevenuta con l’unico strumento realmente efficace: l’educazione. L’educazione al rispetto, alle differenze, alla sessualità consapevole e alla decostruzione degli stereotipi di genere tossici.

Per questo motivo parlare della strage di Orlando obliterando ulteriormente la matrice omofoba di questo gesto significa uccidere quelle persone una seconda volta.

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