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Salvatore Romeo

Salvatore Romeo

Elezioni sindacali in Ilva, una riflessione critica

Le elezioni per il rinnovo delle RSU all'Ilva di Taranto, conclusesi ieri, consegnano un risultato che può a buon diritto essere definito “storico”. Vince la Uilm con 38,02% dei voti, seguita dalla Fim al 24% dall'Usb con il 19,9% e dalla Fiom con il 15,12%. E’ la prima volta che in una grande fabbrica – la più grande in Italia per numero di addetti – un sindacato non confederale (in questo caso la USB) conquista una percentuale tanto consistente (circa 20% sul totale dei collegi). Risultato enorme, se si considera che fino a qualche mese fa quella stessa sigla non era neanche presente in Ilva. A farne le spese è in primo luogo la FIOM, che vede più che dimezzato il proprio consenso – passato da 31 a 15%.

Tagliare l’Ilva e svenderla, ecco la ricetta (sbagliata) di Bondi. Intervista all'economista Comito

Un’Ilva più piccola, su misura dei gruppi imprenditoriali interessati ad acquistarla alla scadenza del commissariamento – alcuni dei quali già si sono fatti avanti. Questo è lo sbocco che Vincenzo Comito, docente di Finanza Aziendale all’Università di Urbino, intravede come esito della strategia di Bondi e dei suoi referenti politici. Di recente Comito ha curato (insieme a Riccardo Colombo)  il più completo studio economico realizzato finora su Ilva e gruppo Riva (L’Ilva di Taranto e cosa farne, Edizioni dell’Asino, 2013).  Con lui abbiamo voluto scandagliare le prospettive (e i rischi) che si aprono di fronte al più grande gruppo siderurgico del paese, allo stabilimento di Taranto e ai suoi lavoratori.

Chi ha paura del decreto ILVA?

Sembrano tornati i tempi di Alighiero De Micheli e delle crociate contro il timido riformismo democristiano in Confindustria. Per scatenare timori e tremori del padronato italiano è bastato il decreto ILVA varato martedì dal governo. Megafono del malessere, ovviamente, le colonne del Sole 24 Ore. Da queste pagine ieri il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha lanciato la parola d’ordine: il commissariamento della più grande azienda siderurgica italiana rischia di essere “un pericolosissimo precedente”. La preoccupazione è legata al fatto che “la norma (…) vale per tutti i siti di interesse nazionale, che fino a oggi sono tutte le fabbriche con più di 200 addetti, vale a dire la media e grande impresa nazionale”. Più morbido Giorgio Squinzi – non annoverabile fra i “falchi” di viale dell’Astronomia –: per il presidente degli industriali italiani la questione centrale resta la certezza dei diritti di proprietà, senza la quale si rischia di spaventare eventuali investitori stranieri. Argomento che sembra ripreso senza sostanziali modifiche dalla posizione che la stessa Confindustria assunse nel dibattito sulle nazionalizzazioni, a cavallo fra anni ’50 e ‘60.

Quebec: la rivoluzione “giovane” che tiene sotto scacco il governo

In Italia, ahimè, il vento freddo che giunge dal Nord Europa ha spento tutti gli ardori che da sempre contraddistinguono il nostro carattere “mediterraneo”.  Troppo remoti, ormai, i tempi dei moti sessantottini. Nulla scalfisce la nostra indifferenza: né soprusi, torti, crisi, disoccupazioni, scandali di palazzo e di “corte”. Neanche più il calcio accende in noi la calda fiamma dell’ira: lo scandalo scommesse che investe il mondo del pallone a più riprese, i fallimenti di squadre e padroni di squadre (come la cronaca tarantina magistralmente ci insegna), sembrano scivolare addosso anche a chi fa della “palla a pentagoni” una ragione di vita. Troppo facile sarebbe soffermarsi sulle “ulcere” che la politica italiana sta gentilmente donando alla nazione: rimpiango il fitto lancio di monetine a Craxi nel 1993.

[Letture corsare] Una città in polvere. Taranto e ILVA secondo Leogrande

Nei giorni in cui riesplode il “caso ILVA” esce nelle librerie Fumo sulla città (Fandango libri), l’ultimo lavoro di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore tarantino, dedicato proprio al capoluogo jonico e alle sue stridenti contraddizioni. Nella prima e nella seconda parte il libro rielabora reportage già editi (Un mare nascosto, L’ancora del Mediterraneo, 2000 e L’eterno ritorno di Giancarlo Cito, in Il corpo e il sangue d’Italia, Minimum fax, 2007), mentre la terza è uno “zibaldone” sulle vicende dell’ultimo anno. Questa struttura conferisce al testo il carattere di un “diario ragionato”, attraverso il quale l’autore prova a venire a capo delle cause che hanno condotto alla crisi in atto. Tale operazione consente a Leogrande di cogliere elementi di analisi strutturale quasi del tutto assenti nell’ampia letteratura prodotta di recente sul rapporto fra Taranto e l’ILVA.

Fra l’acciaio e il Midwest: la grande industrializzazione in riva allo Jonio

La tesi forte del libro potrebbe essere riassunta nella seguente espressione: l’inquinamento atmosferico è la conseguenza di un inquinamento profondo dei rapporti sociali interni ed esterni alla fabbrica. Alla base di tutto c’è il modo peculiare in cui si è manifestata la seconda grande fase di industrializzazione – la prima era consistita nell’insediamento dell’Arsenale militare e dei Cantieri navali, a cavallo fra ‘800 e ‘900 – in quell’angolo di Mezzogiorno.  La nascita del siderurgico ha esiti contraddittori sulla realtà locale.

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