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Jacopo Di Donato

Jacopo Di Donato

Il matrimonio gay, il conformismo: una risposta alla signora Dell'Olio

Riceviamo e pubblichiamo

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Anselma dell'OlioNon si può resistere alla tentazione di rispondere alla lettera della signora Anselma Dell'Olio pubblicata da Pubblico, il neonato giornale diretto da Luca Telese dopo il divorzio da Il Fatto Quotidiano. Nella sua lettera la signora Dell'Olio adopera infatti colpevolmente - e scientemente - il penoso svuotamento semantico di tre espressioni molto importanti quali diritti, pensiero unico, anticonformismo.

AlterEva: dall'Onda al pride, le nuove prospettive torinesi

Abbiamo intervistato Roberto Origliasso, membro del Collettivo AlterEva, realtà torinese che si occupa da qualche anno di tematiche di genere ed LGBT.

 

Com'è nata la vostra esperienza associativa?

Siamo nati con i movimenti dell'Onda, anche se inizialmente avevamo un'identità ancora poco definita. Non esistevano ancora Laboratorio Corsaro e Studenti Indipendenti, quindi eravamo accomunati solamente dall'essere il passaggio che, nascendo dalle mobilitazioni universitarie, ha avuto l'ambizione di portare le tematiche di genere nei luoghi del sapere senza incappare nell'errore di essere solo un contenitore studentesco fine a sé stesso.

Come mai la scelta di lavorare sul territorio e non appoggiarsi ad una realtà associativa già esistente?

Essendo nati come realtà che si occupa di politica sul territorio come collettivo autonomo, abbiamo un taglio un po' diverso rispetto alle associazioni esistenti a livello nazionale. Questo non significa non interessarsi alla dimensione nazionale o non interloquire con realtà come Arcigay od altri, ma Altereva è stato il punto di arrivo più logico, essendo nati da un percorso completamente diverso, cioè di movimento e non puramente associativo.

Qual è il vostro approccio nei confronti del mondo della scuola e dell'università?

Proprio per le nostre origini, abbiamo sempre avuto una forte connotazione formativa. Quello della conoscenza e dell'istruzione è il nostro primo campo d'azione, le scuole e le università sono i nostri primi interlocutori ed il luoghi dai quali partono gli spunti per le nostre analisi. Ad esempio, abbiamo lanciato una petizione per riportare gli studi di genere all'interno dell'università, un'azione molto forte con l'appoggio di tanti soggetti diversi. In alcune scuole intanto partecipiamo ad assemblee di istituto per parlare di sessualità, lavoro che accompagniamo al progetto Sex Choices (opuscoli informativi sulla sessualità, nda).

Sex Choices è nato dal fatto che chi si occupa di dare informazioni ai ragazzi sulla sessualità e su tutti i problemi connessi ad essa, ha un approccio un po' lontano, nel linguaggio e nelle informazioni stesse, da ciò che i giovani hanno bisogno di sapere. Ci sembrava ad esempio importante poter realmente entrare nel linguaggio degli adolescenti, non soltanto lavorando sull'informazione, ma anche sull'educazione sentimentale e sessuale fatta con chiarezza: abbiamo messo nero su bianco schiettamente, ad esempio, i nomi delle diverse attività sessuali. In generale, ci sembrava necessario dare informazioni che a nostro giudizio sono importanti, per riparare le falle dell'informazione piatta che passa per i tradizionali canali istituzionali.

Uno dei dibattiti più importanti, all'interno del movimento LGBT stesso, è quello sull'utilità di manifestazioni come il Pride. Voi come vi ponete riguardo al tema?

Noi siamo nell'organizzazione del Pride ormai da 3 anni, inutile dire che siamo assolutamente favorevoli. Ci piace dargli una connotazione fortemente studentesca, sebbene siamo sempre molto aperti a tutte le realtà: questo nasce dalla necessità di riappropriarci come movimento di una realtà in cui le istituzioni stesse minimizzano le condizioni di discriminazione in cui la comunità LGBT è costretta a vivere. Ci piace, di solito, anche dargli una dimensione molto giocosa: ad esempio, l'anno scorso abbiamo ideato una camionetta piena di post-it sui quali ognuno poteva scrivere ciò di cui era orgoglioso, giocando anche criticamente sul concetto di “etichette”. Quasi un “siamo tutti etichettati dagli altri solo come gay, lesbiche, eccetera. Tu come etichetteresti te stesso?”

 

Vedete dei difetti nel movimento LGBT italiano? Se sì, cosa cambiereste?

Troppo spesso, le associazioni più strutturate si trovano troppo poco in contatto con le istanze dei territori, vincolandosi erroneamente all'agenda dei partiti. Ci troviamo in una condizione nella quale grandi campagne rivendicative riescono a vedere la luce solo nel momento in cui dello stesso argomento si discute all'interno del Parlamento o tra le forze partitiche. Forse sarebbe necessario invertire il processo, imponendo alle istituzioni le richieste della popolazione LGBT: se anche soltanto l'analisi fosse un po' più indipendente, saremmo in grado di rivendicare i nostri diritti con un peso politico maggiore e totalmente diverso.

Pensate che il fatto che non vengano riconosciuti diritti alle soggettività LGBT sia un problema di mentalità retrograda delle istituzioni oppure "ognuno ha i governanti che si merita"?

Innanzitutto, ci andremmo molto più cauti nel fare analisi troppo rosee. E' vero che, da un lato, le statistiche portano prospettive di miglioramento, ma dall'altro ci dicono che gli italiani sono i primi che pensano che farsi curare da un medico omosessuale – così come far educare i propri figli da un insegnante gay - sia un pericolo. Quando si parla di generici quanto aleatori “diritti” siamo tutti pronti a dirci favorevoli, ma dal primo istante in cui si nominano, ad esempio, i matrimoni, comincia la riluttanza da parte delle persone.

Le istituzioni, comunque, dovrebbero evitare la discriminazione facendo scelte un po' più coraggiose rappresentando, come nel resto dell'Europa, un'avanguardia che cerchi di innalzare l'asticella dei diritti. Al momento, invece, si va avanti aspettando che il consenso sia totale prima di arrivare al riconoscimento di un qualsiasi diritto per la popolazione LGBT.

Avete progetti futuri dei quali volete parlare?

Ultimamente stiamo investendo molto sulla petizione per riportare i gender studies nell'Università di Torino, precedentemente presenti nel piano di studi ma poi tagliati; il ciclo di seminari e conferenze tematiche su questo argomento è stato molto partecipato, ed è stata una grande sorpresa che ci fa ben sperare. Stiamo continuando, comunque, la mobilitazione per impedire l'accesso dei movimenti Pro-life all'interno dei consultori pubblici.

 

 

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