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Francesca Borri

Francesca Borri

Cronache da Aleppo: 'Non abbiamo perso la rivoluzione, abbiamo perso la Siria'

Ogni mattina, una famiglia carica tutto su un furgoncino e torna a casa. Quella che ho davanti, nove bambini, tre donne due uomini, più due ragazzi di cui non è rimasta che una foto in cornice, torna ad Azaz, in provincia di Aleppo. Sarà bombardata poche ore dopo. Ma tutto è meglio di Atmeh, anche la guerra. A un centimetro dalla frontiera con la Turchia, il bucato steso ad asciugare sul filo spinato, oltre 13mila sfollati ciondolano stravolti e smagriti tra queste tende che spesso neppure sono tende, ma semplicemente teli di plastica, tranci di lamiere, vecchi sacchi di farina assemblati insieme, una maglietta sdrucita a suturare un buco e per terra, ormai fradici, tappeti rancidi, la pioggia che martella le pareti e gocciola addosso. Niente acqua, niente elettricità niente gas, solo un feroce vento di neve; e come latrine una decina di fori nel terreno nascosti alla vista da pile di mattoni, la doccia è una madre, una sorella che ti allunga una brocca tra liquami che ti arrivano alle caviglie. Non hanno che quello che avevano addosso, sono corsi via sotto il tiro dei mortai, i bambini si trascinano nel fango dentro scarpe da adulti, una felpa e poco altro, la pelle gialla. Non c'è legna da ardere, gli ulivi dei campi intorno sono presidiati dai proprietari: si bruciano le fronde, e le bottiglie di minerale che un camioncino, ogni giorno, scarica insieme a pane raffermo. A volte un po' di riso, patate. Non c'è altro.

Cronache dalla Siria - reportage da Aleppo #2

prosegue il racconto da Aleppo in Siria di Francesca Borri, qui la prima parte - Una mano mi tira a terra, e il proiettile, tre centimetri piu' su, va a scorticare il muro.
Mi chiedevo dove fossero finiti, gli abitanti di Aleppo. Sono oltre due milioni, e secondo le stime, per due terzi sono ancora qui, tra queste strade di macerie e cecchini. Ma le case, sfiancate dall'artiglieria, sono vuote, da quelle dilaniate dondolano nel vento una lampada una tenda, fossili di vite normali. Persino un gatto, qui, raggomitolato su una sedia, sembra dormire: e invece e' morto.

Cronache dalla Siria - reportage da Aleppo #1

 

Il luogo piu' pericoloso, qui, e' l'ospedale. E' la prima cosa che ti dicono, quando arrivi: se hai voglia di stare tranquilla, stai sul fronte.

Lasciate ogni regola, voi che entrate. Aleppo e' esplosioni, in questi giorni, nient'altro. Macerie. E quando ti avventuri in cerca di pane, acqua un medico, solo il tiro dei cecchini. Gli aerei di Assad volano radente, ti precipitano contro con schiaffi di vento e morte. Eppure sono cosi' imprecisi che non bombardano mai vicino le linee del fronte: rischierebbero di colpire non i ribelli, ma i lealisti.

La guerra di Taranto

taranto, cimitero 587 410 90L'uscita per Taranto, in realtà, è segnalata due volte. Tamburi, avverte il cartello. Sotto, rosa, un altro: cimitero. Nei giorni di vento, l'aria si fa ruvida di polveri. Danzano argentee nella sera, i bambini le chiamano brillantine e allungano le mani incantati, li vedi rincorrerle come farfalle immaginarie. Sono le lucciole di Taranto. Arrivano dall'Ilva, cento passi da qui. Negli anni, hanno pennellato tutto di una sfumatura inconfondibile, tra la ruggine e il mattone. Perché sembrano granito rosso, le lapidi del cimitero: era marmo bianco. Ed era pietra, era colore del grano, e ora invece si confonde con il tramonto alle sue spalle, l'acquedotto romano a cui i Tamburi, quartiere operaio, pagina di Dickens, devono il nome. Sono i più anziani, a ricordarlo; i ragazzi ti dicono tamburi non come il tambureggiare di un torrente che scorre, ma i martelli, le fiamme le lame, la presa rovente dell'Ilva. Lo chiamano familiarmente "il minerale". Asetticamente, parole come un'anestesia. Perché è denso, invece, di parole dense di paura - è l'agente rosa, come in Vietnam. Benzoapirene, diossina arsenico, piombo. Policlorobifenili. Respirare, a Taranto, è un'eutanasia.

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