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Elena Monticelli

Elena Monticelli

L'Italia non ha bisogno di ingegneri?

da vogliorestare.it Qualche tempo fa Lavoce.info pubblicava un articolo dal titolo “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi” di Nicola Persico, in cui si individuava nella propensione per gli studi umanistici uno dei problemi principali della scarsa occupabilità dei laureati italiani, a partire da un confronto con i laureati di Singapore. Tralasciando il merito della discutibile questione della gerarchia tra saperi spendibili per il mercato e saperi considerati inutili, è il caso invece di cercare di capire se è vero che il nostro Paese valorizza i laureati in materie legate al settore ITC e Innovazione.

Il rapporto Ocse Education at a glance  mostra che la percentuale dei laureati italiani resta tra le più basse dell'area dei paesi più industrializzati: 15 per cento tra i 25 e i 64 anni, contro una media Ocse del 31 per cento, accompagnata da una disoccupazione che tra i laureati italiani aumenta significativamente al 5,6 per cento.  È il fenomeno della cosiddetta bolla formativa, riflesso di un sistema produttivo-industriale non in grado di occupare i lavoratori più specializzati nel settore della ricerca e dell’innovazione.

Un altro tassello è quello relativo all’ultima elaborazione dati condotta dall’Istat sull’inserimento professionale dei laureati per il 2011, a cura del professor Carlo Barone. I dati parlano chiaro: a quattro anni dalla laurea i giovani che hanno deciso di andare a lavorare all’estero percepiscono un salario medio mensile di 1783 euro, contro i 1300 di chi è rimasto in Italia: un divario di ben 500 euro mensili.

Ripartire da noi e non scindersi più. Riflessioni sulle questioni di genere e i movimenti

Ho letto con interesse l’articolo pubblicato qualche giorno fa su Global Project di Anna Simone e Federica Giardini dal titolo Per un “comune” incarnato. Considerazioni attuali sul femminismo. Spesso, nelle giornate di maggior impegno all’università, mi sono domandata perché trovassi più naturale spiegare la connessione tra il movimento studentesco con quello degli operai di Pomigliano, rispetto ad una connessione con quello delle donne. Lo scorso, infatti, siamo riusciti a far comprendere fino in fondo perché, al di là di possibili nostalgie storiche, fosse fondamentale per noi studenti ricercare un orizzonte comune con i lavoratori metalmeccanici. Non riuscivo a comprendere, pertanto, perché fosse così difficile trasmettere la necessità politica di una condivisione delle battaglie delle donne, che andasse al di là di una semplice solidarietà o peggio ancora del politically correct (perché il machismo è di destra….falso!). Eppure l’essere donna è qualcosa che fa parte di me da sempre.

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