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Venezia Capitale? Una sconfitta locale che parla al Paese

  • Scritto da  Giulio Poli
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Venezia Capitale? Una sconfitta locale che parla al Paese

Dopo il turno di ballottaggio delle elezioni amministrative 2015, il risultato del voto a Venezia è sotto i riflettori della cronaca nazionale. La sconfitta del centro-sinistra in Laguna ha aperto un vero e proprio caso che è stato oggetto di moltissime analisi della sconfitta. Tuttavia leggere con le lenti del dibattito politico nazionale la vittoria di Brugnaro ai danni di Casson rischia di sottovalutare le peculiarità del caso veneziano, e, dunque, di rendere illeggibili quei segnali che invece potrebbero essere molto significativi anche sul piano nazionale.

Innanzitutto è utile ricordare quanto Venezia sia una città tradizionalmente collocata a sinistra, nella quale l'albero genealogico PCI-PDS-DS-PD ha fatto parte delle maggioranze di governo per quasi trenta degli ultimi quarantacinque anni. Poco a che vedere dunque, almeno da questo punto di vista, con il resto del Veneto, prima feudo dello scudo crociato e ora della Lega. Venezia costituisce, per questa e per molte altre ragioni, un'eccezione in un contesto territoriale che a sua volta è un'eccezione rispetto alla dimensione nazionale. Per questo parlare di un effetto traino della vittoria di Zaia appare azzardato: piuttosto è stato il voto comunale a trainare la Moretti verso una percentuale ben al di sopra della media regionale (30,3% contro il 22,7%), e d'altronde è nei piccoli centri della metropoli dispersa veneta che la candidata del PD ha fatto decisamente flop.

È impossibile invece rimuovere dall'analisi del voto la questione che più ha influito sul risultato delle elezioni: l'arresto e le dimissioni del precedente Sindaco Giorgio Orsoni, accusato di aver percepito finanziamenti illeciti alla sua campagna elettorale del 2010 da parte del Consorzio Venezia Nuova, un'unione di imprese che da trent'anni e senza alcuna gara d'appalto è concessionaria unica per la manutenzione del delicato ecosistema della Laguna, e che ha realizzato il MOSE. Con l'accusa di tangenti e finanziamenti illeciti nel 2014 sono stati arrestati trentacinque tra imprenditori, manager, amministratori e politici, e il Comune è stato commissariato, lasciando all'ordinaria amministrazione la gestione di un bilancio in dissesto e con gli stipendi tagliati a circa un migliaio di dipendenti comunali.

Quello del commissariamento è stato un terremoto che, tuttavia, non ha svelato nulla che i veneziani non sapessero già, e cioè che in una delle città più immobili d'Italia da anni si era cristallizzato un sistema di potere in grado di accontentare tutti in maniera trasversale, configurando di fatto una governance fuori dalle istituzioni democratiche e immersa nelle relazioni clientelari e di legittimazione reciproca tra le tante categorie corporative, le imprese, gli interessi immobiliari e turistici e via dicendo. Si tratta, dunque, di una questione che va ben oltre la cronaca giudiziaria, perché il sistema corruttivo, agendo e legiferando in maniera a sé utile, non si è certo limitato all'attività illecita, ma ha reso meno chiara la distinzione tra legalità e illegalità, sollevando un grave problema di giustizia sociale, per non entrare nella questione ambientale, fondamentale in un ecosistema fragile come quello lagunare.

Fanno sorridere le dichiarazioni dell'ex sindaco Orsoni all'indomani del voto: «Bocciato chi a Venezia parlava di legalità da ripristinare». Casomai la disfatta del PD dice proprio il contrario, cioè che ricandidare cinque dei dodici ex assessori della Giunta Orsoni – tra elezioni regionali, comunali e municipali – non è stata un'idea particolarmente saggia sul fronte della discontinuità politica. D'altronde il risultato netto di Casson alle primarie aveva dato un'indicazione chiara: non per il candidato più a sinistra – come spesso si è sentito ripetere in queste ore nel tentativo di smarcare il PD renziano dalla debacle – bensì il candidato più lontano dalla precedente amministrazione.

Uno smarcamento che però non è affatto riuscito nel corso della campagna elettorale, né al PD né a chi si è mosso alla sua sinistra - capace peraltro di raccogliere meno di seimila voti divisi tra cinque liste dentro e fuori la coalizione. Sui grandi temi del dibattito pubblico, dalle grandi navi alle scelte urbanistiche, dalla gestione delle società partecipate, fino alla scarsa attenzione alla terraferma dove ormai vivono due terzi degli abitanti del Comune – un'attenzione legata indissolubilmente alla retorica securitaria e razzista delle destre – il balbettio della coalizione a sostegno di Casson si è alternato all'inseguimento della destra sul suo terreno. Pensare per esempio di risanare il bilancio comunale proponendo di chiamare come consulente il turboliberista Francesco Giavazzi non è stata una mossa particolarmente vincente, soprattutto se lo sfidante Brugnaro rappresenta l'incarnazione dello spirito imprenditoriale in salsa veneta, della lotta allo statalismo e al primato del pubblico.

È sbagliato dunque inquadrare la candidatura di Casson come più a destra o a sinistra del PD nazionale: alle primarie veneziane la base del PD aveva premiato piuttosto la discontinuità, che però non si è affatto tradotta in termini politici e dunque non è stata colta dall'elettorato alle secondarie: emblematico il cortocircuito di Nicola Pellicani, il giornalista figlio dell'ex deputato PCI Giovanni candidato sindaco sconfitto alle primarie da Casson, espressione della continuità con l'amministrazione Orsoni e candidato come capolista della lista civica dello stesso Casson. E d'altronde riversare le colpe della sconfitta al Movimento 5 Stelle, reo di non aver appoggiato Casson al secondo turno, appare abbastanza assurdo, visto il rigido codice di condotta dei pentastellati che avrebbe impedito, in ogni caso, l'endorsement al partito al centro degli ultimi decenni di governo della città.

Dire che la destra ha stravinto, a Venezia, è azzardato. Al primo turno la triade Brugnaro-Bellati-Zaccariotto, ovvero i tre candidati di destra poi riunitisi al ballottaggio, ha raccolto complessivamente 4'000 voti meno del duo Zaia-Tosi a livello regionale, questo a dimostrazione del fatto che l'effetto traino del voto regionale non è stato affatto determinante. Ma ancora più lampante è il paragone con i suffragi raccolti da Brunetta, candidato unitario del centro-destra imposto da Roma nel 2010 e mai particolarmente amato in città: sono 8'400 in più di quelli di Brugnaro (62'800 contro 54'400). Certo, cinque anni fa l'affluenza fu decisamente più alta, ma questo dato più di altri evidenzia che Brugnaro non ha convinto molti fuori dal recinto tradizionale dei voti di centro-destra.

È il PD con i suoi alleati ad aver allontanato – forse per molto tempo – migliaia di suoi elettori dalle urne: più di un cittadino su due, a Venezia, è rimasto a casa, e la coalizione di centro-sinistra ha raccolto 27'600 voti in meno del 2010, più di un terzo del totale del perimetro che aveva premiato Orsoni al primo turno quattro anni fa.

Quest'analisi, sicuramente molto sommaria ma eseguita a partire dalla peculiarità del caso veneziano, può tracciare una morale della storia utile anche in altri contesti locali in giro per l'Italia? Sicuramente sì. Innanzitutto è impossibile sottovalutare la questione della corruzione, che investe direttamente il piano della lotta della diade profitto/rendita con i diritti e gli interessi della maggioranza dei cittadini, con la tutela dell'ambiente e dei beni comuni: fare in modo che la politica arrivi prima – e con una funzione diversa da quella del potere giudiziario, dunque non brandendo le manette ma con un'analisi degli esiti dell'azione di governo – a denunciare la connivenza tra interessi economici e amministrazioni locali è un compito che la sinistra dovrebbe assumere come prioritario. In secondo luogo, soprattutto nei contesti attraversati da fenomeni corruttivi di ampia portata (il pensiero non può che andare a Roma), la discontinuità va affrontata come una cosa seria. Non può certo limitarsi a una questione di nomi – ovvero di responsabilità politiche individuali – ma deve investire il programma elettorale e le priorità per il governo delle città, e tuttavia non può tralasciare la questione della credibilità, anche personale. Insomma, cambiare facce senza cambiare programmi, e viceversa, è un trucco nel quale non casca più nessuno.

 

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