I precari italiani: tanti, malpagati e spesso poco formati
L'ultimo rapporto della Cgia di Mestre ci dà un identikit dei lavoratori precari italiani piuttosto sorprendente, di certo non allineato agli stereotipi più diffusi. A colpire sono soprattutto il numero totale (oltre 3 milioni), la retribuzione media (sotto i 34 anni sono poco più di 800 euro al mese) e il livello d'istruzione: solo il 15% ha una laurea.
3 milioni 315 mila 580 persone: questo è il numero (approssimato per difetto, come vedremo) dei lavoratori precari in Italia, pagati in media, sotto i 34 anni, 836 euro al mese, una cifra che scende addirittura a 759 per le donne, ennesima prova di come le differenze di genere interagiscano con quelle di classe, facendo delle lavoratrici le più sfruttate tra gli sfruttati.
Meno prevedibile il dato sui settori di impiego. La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel pubblico impiego: 514 mila 814 in scuola e sanità, 477 mila 299 nei servizi pubblici e in quelli sociali, 119 mila direttamente nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, Enti locali, ecc.). Insomma, un precario su tre è alle dipendenze del pubblico, mentre gli altri settori più caratterizzati sono il commercio (436 mila 842), i servizi alle imprese (414 mila 672) e gli alberghi e i ristoranti (337 mila 379).
Sorprendenti anche i numeri dei titoli di studio: ben il 39% dei precari italiani ha solo la terza media, il 46% un diploma di maturità e appena il 15% ha una laurea. Numeri che qualificherebbero la parte più visibile e mobilitata del precariato italiano, quella iperqualificata della società della conoscenza, come una ristretta avanguardia. E che imporrebbero anche una ristrutturazione delle istanze rivendicative, probabilmente più simili a quelle del lavoro dipendente tradizionale di quanto si creda.
C'è da dire che parte di questi risultati sono dovuti alla definizione di "precari" scelta dalla Cgia, che comprendeva "i dipendenti a temine involontari; i dipendenti part time involontari; i collaboratori, i liberi professionisti e le partite via che presentano contemporaneamente 3 vincoli di subordinazione: monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell’azienda e imposizione dell’orario di lavoro". La compresenza dei tre requisiti pare effettivamente molto restrittiva, e lascia fuori una quota consistente della fascia più qualificata dei precari. Si tratta sempre di dati Istat, molto spesso inefficaci nel cogliere condizioni sfuggenti e articolate come quella del precariato italiano.
Il dato di fondo resta evidente: la precarietà è tutt'altro che una condizione ristretta e limitata a chi vuole evitare la "monotonia del posto fisso", ma un dato strutturale del mondo del lavoro italiano, che determina un evidente impoverimento di una fascia sempre più ampia della popolazione, oggi particolarmente a rischio. E il governo farebbe bene a individuare soluzione chiare ed efficaci per rispondere a questa vera e propria emergenza sociale, piuttosto che ostinarsi in incomprensibili battaglie ideologiche come quella sull'articolo 18.

