Deindustria lizzazione e compressione dei salari reali. Benvenuti in Italia

Scritto da Riccardo Pariboni on . Posted in piazza

Per ragioni imperscrutabili, negli ultimi due giorni i principali mezzi di informazione italiani hanno dato ampio spazio al Rapporto Istat di fine anno relativo al 2011, uscito a fine dicembre e di cui il Corsaro ha già parlato qui, in tempi non sospetti. Secondo quanto riporta l'Istituto di Statistica, nell'anno appena trascorso i salari orari hanno subito un aumento medio dell'1.8% (incidentalmente, il dato più basso degli ultimi dodici anni); ben al di sotto del livello dell'inflazione, che rappresenta il tasso a cui aumentano i prezzi.
Il quadro presenta tinte ancora più fosche se ci si concentra sull'ultimo mese dell'anno, l'ultimo su cui sono presenti rilevazioni consolidate. A dicembre, infatti, il tasso di crescita dei salari ha toccato il suo minimo, un misero più 1.4%. Se lo confrontiamo con il corrispondente tasso di crescita dei prezzi, 3.3%, ci accorgiamo facilmente di come il potere di acquisto delle famiglie stia vivendo un trend, ormai consolidato, di compressione feroce. 

D'altra parte, e come è ovvio che sia, la caduta dei salari reali è un fenomeno che non si esaurisce in sé, ma ha conseguenze rilevanti sullo stato dell'economia italiana.

Congiunturalmente rappresenta, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, un mero trasferimento di ricchezza: una fetta sempre più grande del nostro prodotto interno lordo si sposta dalle tasche di chi lavora in favore di chi percepisce il proprio reddito sotto forma di profitto o rendita.
Tuttavia, nonostante gli effetti di lungo periodo vengano spesso volutamente occultati o dimenticati, tutto questo ha anche drammatiche conseguenze strutturali.

Per avere un'idea al riguardo, è di estremo interesse una previsione pubblicata di recente dal centro studi Prometeia, che paventa, nell'immediato futuro, l'avvio di una ulteriore fase di ristrutturazione industriale in Italia. Il dato quantitativo delle stime proposte è drammatico: nel quinquennio 2008-2013 si prevede una diminuzione del numero di posti di lavoro nell'industria pari a 700.000 unità.

Curiosamente, tra le cause che Prometeia individua alla base dell'inarrestabile deindustrializzazione, non appaiono né la difficoltà per il padrone di licenziare il proprio lavoratore né l'obbligo di reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa né la natura rigida ed asfittica del nostro mercato del lavoro. Nonostante i termini in cui Governo e mezzi di comunicazione hanno impostato il problema, l'articolo 18, la contrattazione collettiva nazionale e le garanzie ed i diritti dei lavoratori paiono non essere il principale problema del nostro paese.

Meno curiosamente, il rapporto Prometeia ci racconta come la "compressione del reddito delle famiglie, che ha determinato una sempre minore possibilità di accumulo, correlata a una riduzione del potere d'acquisto e di spesa in beni durevoli " stia alla base dell'incapacità dell'industria italiana di sopravvivere alla crisi.

Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. Il capitale persegue la profittabilità di breve periodo, comprimendo il costo del lavoro e combattendo una feroce lotta di classe per la spartizione della torta. Il problema è che questa torta, proprio in virtù di tale condotta, tende ineluttabilmente a diminuire, confermando la genetica attitudine del capitalismo a generare le sue proprie crisi, sempre più frequenti, sempre più profonde.