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Gaza e la rappresentazione del dolore: analisi critica della foto vincitrice del World Press Photo

  • Scritto da  Dino Maglie
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worldpressphotoSono stati resi noti, ieri mattina, i risultati del World Press Photo Award relativo all’anno 2012, uno dei più prestigiosi concorsi di fotogiornalismo al mondo. La foto vincente è risultata quella di Paul Hansen, fotografo svedese collaboratore della testata Dagens Nyheter: nell’immagine scattata a Gaza, si vede un gruppo di uomini palestinesi che in corteo funebre portano le salme di due bambini rimasti uccisi sotto il crollo della loro casa, colpita da un missile israeliano.

È un’immagine che racconta un momento sicuramente drammatico, dove forte è “il contrasto fra rabbia e dolore degli adulti da una parte e innocenza dei bambini dall’altra”, come spiega la giuria. La composizione è molto buona, ottima la scelta di alzare il punto di vista per mostrare la profondità della piccola strada e le seconde file del corteo (tra le quali si intravede la barella con cui viene trasportato il padre delle due vittime), quest’ultimo un particolare che accentua la sensazione di ritrovarsi davanti ad fiume di rabbia collettiva troppo grande da poter essere contenuta in qualsiasi spazio del mondo. Accade, però, che ancor prima di concentrare lo sguardo sulle quattro figure centrali (i due uomini in primo piano e i due teli bianchi che avvolgono i piccoli corpi) l’immagine appaia del tutto innaturale.

gaza foto vincitrice world press photoA meno che tra le strade di Gaza le leggi della fisica riguardanti la natura della luce non prevedano qualche eccezione, la scelta del tipo di postproduzione risulta quanto meno opinabile dal punto di vista estetico, ancora prima che etico. L’eccessivo lavoro sulle zone in ombra, la vignettatura che rende di un colore innaturale l’unico pezzo di cielo visibile, l’effetto nitidezza marcato sui volti degli uomini sono solo alcune delle modifiche che hanno contribuito ad ottenere un’atmosfera irreale, molto più simile ad un set cinematografico che a una strada urbana di un territorio minacciato costantemente da raid aerei. Il sole è abbastanza alto, le ombre dovrebbero essere nette, precise, ci dovrebbero essere contrasti anche molto interessanti, eppure tutto sembra esser stato alterato da un grafico che prepara brochure per agenzie turistiche, quelle dove i magrebini assumono carnagioni lucide ed etiopiche e denti sempre splendenti. I dettagli da analizzare sarebbero tanti, ma basta soffermarsi sulla prima figura a sinistra: forse la luce che l’uomo si ritrova sul viso (dalla parte opposta del sole) è merito di qualche superficie metallica particolarmente riflettente alla sua destra, ma la luminosità è davvero eccessiva.

Che Hansen abbia voluto schiarire un po’ la scena con un piccolo colpo di flash, in alto a sinistra? Difficile pensarlo, considerando le condizioni e guardando con più attenzione le zone illuminate. Ed in ogni caso, perché allora lavorare sui toni della pelle in quel modo? Questi sono uomini che vengono da un luogo in cui una casa è stata appena abbattuta da un missile e dove hanno raccolto i corpi dei piccoli Suhaib e Muhammad, che sul viso hanno ancora i segni della tragedia, eppure risultano tutti lucidi, puliti e truccati a dovere, come comparse di una fiction tv. Ed i bimbi, appunto, sono proprio i due elementi più penalizzati da questo discutibile uso delle curve: il tessuto in cui sono avvolti hanno dei valori di nitidezza così alti da diventare quasi tridimensionali e i loro visi illuminati (non si capisce da quale luce) li rendono molto più simili a bambolotti da presepe vivente che a corpi senza più vita.

In conclusione, una foto dal valore documentaristico indiscutibile finisce nel migliore dei casi per essere apprezzata a metà, ma addirittura rischia di non provocare alcun senso di smarrimento in taluni osservatori. La tragedia rimane, è sempre lì davanti ai nostri occhi, ma la voglia di enfatizzare il dolore (e il colore) produce per assurdo un effetto fiacco, riuscendo a deviare il classico pugno allo stomaco che di questo genere di immagini ne è il naturale effetto. L’immagine mi risulta talmente tanto distante da azzerare la sensazione di colpevolezza.

La scelta artistica del fotografo è sacrosanta, non è soggetta a dovuti chiarimenti e rimane, tra le altre cose, perfettamente coerente col suo stile ed il suo modo di fare reportage. Ciò che si permette di mettere in discussione, ancora una volta, è la scelta del WPP. Non è un discorso sulla tendenza a premiare le immagini che rappresentano il dolore (sul quale ci sarebbe comunque moltissimo da argomentare) piuttosto la facilità con cui vengono promossi linguaggi narrativi che finiscono col mostrare livelli copia della realtà, spesso così alterati da divenire semplici emulazioni.

La fotografia è finzione, lo è sempre stata e lo è ancor di più nella sua veste digitale, ma il fotogiornalismo è uno strumento ancora troppo importante per mostrare il mondo reale, per raccontare storie così piccole che nessuno riesce a vedere o così grandi che nessuno vuole guardare. Il WPP, così come altre importanti competizioni internazionali, ha un’enorme responsabilità su tutto questo, perché condiziona il modo di fare e interpretare il fotogiornalismo. Condiziona il fotoreporter, condiziona il photoeditor, condiziona il lettore disattento che sfoglia la rivista in una sala d’attesa di uno studio medico. Ne è un esempio il lavoro di Ben Lowy, noto fotografo newyorchese, che dal 2011 ha cominciato a documentare storie in Afghanistan e in Libia usando solo l’iPhone e relegando la reflex a strumento di emergenza. Oltre ad essere decisamente una soluzione più pratica in termini di tempi di realizzazione completa dello scatto, riservatezza all’interno della scena e maneggevolezza, Lowy ammette che sono diversi i committenti che ormai gli chiedono quel genere di fotografia, per due motivi: perché hanno il pretesto per pagarle meno e perché attirano maggiormente l’attenzione del pubblico. Ma se la  tendenza sarà ancora quella di cercare di attirare l’occhio più che il cuore del lettore, bombardato quotidianamente da icone e gigantografie, continueremo a svuotare le immagini e avremo prestissimo la necessità di inventarci un altro linguaggio e poi altri ancora. Fino a che il lettore distratto arriverà a non accorgersi della differenza tra la pubblicità di uno shampoo e il dramma di una vedova del Darfur e andrà subito alla pagina degli oroscopi, prima che arrivi il suo turno.

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